header i-Italy

Articles by: Letizia Airos soria

  • New York. Energia all'Istituto Italiano di Cultura

    Ha dato una nuova impronta, fin dai primi giorni del suo mandato, a quello che è il tempio istituzionale della cultura italiana a New York, l’Istituto Italiano di Cultura. Lo ha fatto con creatività, energia, ma anche con realismo. Ha trasformato la sede di Park Avenue in un centro sempre più attivo, per concerti, presentazioni, mostre, ma anche in un luogo di incontro, cenacolo per artisti e letterati, giovani e non giovani.

    Concreto e tenace, tra consensi ma anche qualche resistenza, ha nel corso di un anno e mezzo mutato l’immagine dell’Istituto Italiano di Cultura, portando questa istituzione all’attenzione costante dei media e del pubblico americano.

    Intervistiamo il direttore dell’Istituto Italiano di Cultura, Renato Miracco, critico d'arte e storico italiano. Questa volta lo incontriamo nella grande Sala di Cipriani a Wall Street, dove partecipa personalmente ad una riunione per organizzare i festeggiamenti per la festa nazionale. In questo suo volersi occupare, spesso in prima persona, di dettagli e di organizzazione, forse uno dei segreti del successo di molte sue inziative.

    Torniamo così insieme in metropolitana all’Istituto di Park Avenue. Nel flusso della New York che lavora e che si compiace della propria frenesia, cominciamo a parlare con lui. Lo guardiamo e ci rendiamo conto che nessun'altra cornice potrebbe accompagnare meglio la sua energia.

    Gli ricordiamo la primissima intervista che gli abbiamo fatto, quando era appena arrivato…

    "Un anno e mezzo? A me sembrano 10 anni!!! E’ difficile sommare le emozioni e le esperienze che si sono stratificate e accumulate nel corso di questo periodo…”

    Ma torna subito indietro con il pensiero, ai giorni del suo arrivo.

    “Ho fotografato l’Istituto appena sono entrato. Ma proprio fotografato. In modo che potessi ricordare  dopo quello che avevo trovato. Una delle mie priorità è stata quella di aprire degli spazi e dare una dignità. Dignità che si era totalmente persa. Dignità dell’edificio sia dall’interno che all’esterno.

    Dal mettere dei lampioni, dei  fiori, dipingere la ringhiera, le pareti. Non ho potuto fare tutto quello che avrei voluto perché non ho avuto risorse finanziarie. Ma se non altro ora possiamo contare almeno su tre spazi, tre spazi e mezzo per mostre, incontri.

    Questo ci consente una rotazione. Quindi se ci sono più eventi energetici, si avvantaggiano l’un con l’altro.

    L’ultimo è la piccola galleria borghese fatta con i soldi di Giulia Ghirardi Borghese che appunto ospiterà degli eventi dedicati alla fotografia, cioè di artisti e fotografi. Quasi sicuramente l’inaugureremo con la mostra di Tina Modotti a settembre…”

    Tina Modotti? Italo-americana, così importante e ancora cosi poco conosciuta…

    “Esatto, è esattamente uno degli scopi che mi sono ripromesso. Introdurre personalità così. Il secondo degli obiettivi che mi sono posto è sicuramente quello di far avere una diversa percezione dell’Istituto Italiano di Cultura all’esterno. Deve essere visto come un posto dinamico, dove succedono le cose, molte volte anche con del glamour. Non un luogo stantio, ma un posto che dà principalmente spazio ai giovani. Questo si può fare non tradendo la tradizione.

    Ricordo che per due volte siamo andati agli eventi dell’Armony Show. Non è facile con tutta la concorrenza. La guida americana tra i luoghi più trendy accanto al Metropolitan, mette l’Istituto Italiano di Cultura. Non è da poco anche il fatto che partecipiamo a livello di sponsorizzazione ai Sunday at Met. Quando c’è una conferenza italiana di domenica al Met l’Istituto è sempre presente. Fantastico! Fantastico l’afflusso di persone diverse, non solo italiani, che sono naturalmente sempre i benvenuti. La cultura italiana va conosciuta non autoreferenzialmente solo tra italiani. Va promossa con gli americani, ed è questo il motivo per cui si parla inglese e non solo italiano negli eventi dell’Istituto.”

    Lasciamo la strada ed entriamo nella sua stanza all’Istituto. Passano diversi minuti prima di riprendere a parlare con lui, tra telefonate, appunti da leggere, richieste. Difficile trovare un angolo vuoto nel suo ufficio. Decine e decine di opuscoli, libri, stampe, quadri, oggetti testimoni di una vitalità che accumula e propone cultura.

    Ma torniamo a parlare con lui della lingua inglese, come veicolo di trasmissione culturale...

    “Solo così possiamo far conoscere agli americani una cultura diversa. Questo è uno degli obiettivi. E cosi' anche  il New York Times ci ha praticamente monitorato in tutti questi anni, dedicandoci molte volte veri e proprio trionfalistici articoli.”

    Sicuramente un momento magico per la cultura italiana a New York, in

    questi mesi è stato la mostra di Morandi al Met. “ Si è stata una grande chance, la mostra che io ho curato per il Metropolitan, insieme a Maria Cristina Bandiera. Questo anche perchè contemporaneamente poi ho avuto all’Istituto un’esposizione parallela di acquarelli e disegni fatti qui, che poi hanno girato l’America. E’ stato un evento organizzato in partecipazione con grosse associazioni culturali americane.”

    E per rendere più visibile la vostra attività ha pensato ad una collana…

    “Si una serie realizzata dall’Istituto di Cultura. Per adesso c’è solo la sezione arte, poi ci sarà, naturalmente anche la sezione letteratura. Il primo volume è stato dedicato a Melotti, il secondo è stato dedicato a Morandi, il terzo è ai giovani artisti a New York e il quarto a Torre. Le punte di diamante di una programmazione che è molto vasta”

    Ma cosa lo ha spinto a prendere un impegno cosi?

    “Perché fare una nuova linea editoriale? Volevo dare una continuità agli eventi dell’Istituto.”

    La strategia di Miracco è chiara. Collaborazioni e sinergie soprattutto con le realtà culturali americane newyorkesi.

    “E’ importante proporre l’arte contemporanea italiana di concerto con le istituzioni americane. E non è un punto di arrivo, ma di partenza. Ma per arrivare a questo occorre aver acquisito una credibilità che prima non c’era.

    Fondamentale, secondo me, è la mia filosofia di sporcarmi le mani. Per

    esempio per organizzare un evento che interessi i giovani, devi scegliere i giovani. Per fare questo devi andare a vedere, cercare, farlo direttamente. Senza delegare. E questo vale per tutto. Non puoi parlare di cultura se non la vivi quotidianamente, non vai quotidianamente nei posti giusti. Vale per l’arte come per la letteratura. Basti pensare al Pen Festival, per la prima volta noi abbiamo ospitato un evento del Pen Festival da noi.

    Questi sono dei punti di partenza per me, non di arrivo. Ma, ripeto, arrivare a questo punto di partenza non è stato facile. Per la prima volta siamo stati presenti in posti importanti. Ma non abbiamo solo partecipato come sponsor mettendo un semplice loghetto sotto un evento che fa un altro. Siamo compartecipi nella scelta e dinamica dell’evento…”

    E le istituzioni italiane presenti a NY?

    "Abbiamo un rapporto ottimo. Ottima la collaborazione con il consolato, facciamo veramente un fronte unico. E con tutti gli altri. Con l’Ice per esempio. Siamo riusciti a concordare le modalità di promozione di una regione. Per la Calabria quindi si portano quattro prodotti culinari, ma poi si mostra l’ eccellenza archeologica calabra alla Morgan Library."

    Di difficoltà ne ha superate. Quali sono ancora rimaste?

    “Le difficoltà credo siano come il parto di una donna. Si hanno prima e poi si dimenticano allorchè si sono superate e quindi si ha la gioia di averle superate. Si dimentica la fatica. Siamo veramente troppo pochi, vorrei veramente avere la possibilità di assumere anche delle persone sul posto…”

    Vorresti maggiore autonomia?

    “Si, ho un’autonomia. Ma molte volte pongono tante di quelle condizioni.

    Poi è molto difficile avere contatti con gli sponsor. Se hanno soldi preferiscono organizzare un evento da soli. Non associarsi, non dare soldi a un’istituzione. Nella mentalità italiana, un po’ meno in quella americana, c’è l’idea che è lo Stato che deve provvedere, non il privato.”

    In termini di comunicazione e di pubblicità. Pensa che si possa fare di più?

    “Si deve fare tutto. Il nostro tipo di comunicazione non arriva là dove vorremmo che arrivasse, là dove noi vorremmo che sconvolga. Molte volte facciamo delle cose talmente grandi che ci stupiamo noi stessi di averle potute fare. Ma vengono forse recepite al 30% , al 40 % dell’importanza del lavoro, perché la struttura di comunicazione è sicuramente una delle nostre deficienze. Si avvale di percorsi vecchi, come dire, io non mi arrendo mai, vado avanti, vado veramente come un carro armato. Molte volte dicono: ‘Sai Renato sarebbe bello se noi ci fermassimo tre o quattro mesi e poi vediamo che cosa si può fare". No, il cambiamento deve essere fatto nell’atto, nell’agire, non so se rendo l’idea.”

    Strumenti di comunicazione vecchi… cosa vuol dire?

    “Faccio un esempio. Il materiale cartaceo realizzato in Italia e spedito qui. 300.000 brochure di una regione per esempio. Che ne facciamo? Oggi si deve raggiungere un pubblico giovane e non giovane che si avvale di Internet, del web.

    La brochurina così dove le regioni buttano miliardi, noi le lasciamo in esposizione, ma dopo un mese le trovo sempre lì, nonostante l’afflusso di gente. Dopo un mese si toglie. Questo è solo un esempio, ma potrei continuare…”

    Come sceglie gli eventi?

    “La qualità naturalmente è fondamentale. Eventi non autoreferenziali, questa è la prima cosa e in parte ci sono riuscito. Organizzare eventi che interessino una larga parte di pubblico americano e italiano. Fare in modo che la gente si senta a proprio agio nell’istituto, parte della vita dell’Istituto.

    Un problema serio l’ho con la programmazione. Siamo in un paese dove va fatta con tre o quattro anni di anticipo, non con 10 giorni, 15 giorni. Poi spesso non possiamo contare su un budget. Il budget che io ho copre a malapena il maintenance del palazzo. E non dimentichiamo come faccio io a garantire una programmazione di 3-4 anni? Se innanzitutto non so se posso rimanere due anni o tre o quattro…”

    Ma sono di nuovo in programma eventi importantissimi. Penso

    al Futurismo.

    “Come lo faccio? E come riesco a farlo senza soldi? Adesso non so quanti soldi ho per il futurismo di quest’anno.. io comunque lo faccio.

    E’ la prima volta che l’Istituto partecipa con Yale, Briston, Cuny, Columbia University, con Momart, Metropolitan e altri. Tutti insieme per un evento sul futurismo… Abbiamo pari dignità, ospitiamo degli eventi e andiamo lì a fare conferenze.”

    So che sta preparando un grande fund raising

    “Si fund raising vero ...non con una silent auction. La gente deve mostrare il viso, se vuole veramente aiutare. Questa è per me una cosa fondamentale, si cercherà di avere un posto glamour, non una cena seduti. Non voglio sprecare soldi, né per la location, né per dar da mangiare. Si mangia a casa propria, si viene lì a bere qualcosa e a sostenere effettivamente la cultura italiana. Vorrei quindi una cosa un po’ diversa, un po’ provocatoria".

    E quando pensa di farlo? Dove?

    “A metà settembre, fine settembre. Posso dire che Fabrizio Ferri mi dà molto volentieri il suo spazio “Industrie” dove Madonna ha fatto la sua festa. E sto cercando di coinvolgere attori e attrici italiane…”

    Quindi allora diciamo che il Futurismo è la grande celebrazione nei prossimi mesi…

    “Non solo. Abbiamo il Festival della scienza per esempio… Con Vittorio Bo, il festival della scienza per l’anno galileiano. Ci saranno una serie di 'letture' fatte qui in Istituto, forse anche all’Hunter College, alla Cuny. Lo sto organizzando con la Regione Veneto."

    Sinergie, contatti, collaborazioni…

    “Altrimenti non ce la fai … altrimenti non …”

    Quando è arrivato ci raccontò, di come si sentiva quando passava davanti all’altro Istituto di Cultura spagnolo qui accanto…

    “Adesso sono contento della facciata esterna del palazzo, l’interno ancora no, ancora sbavo di invidia…”

    Ok ma i contenuti proposti sono stati importantissimi…

    “Esatto, la fila fuori all’Istituto … è una cosa nuova… La Frick Collection che ti chiede di fare insieme la mostra Guercino…. E 4000 persone hanno visto la mostra di Morandi in Istituto, ma neanche in dieci anni si erano viste…”

    E c’è ancora un evento che proprio rimpiange di non aver fatto…

    “Qualcosa di concreto sui diritti umani. Vorrei fare degli eventi che scavino nel tessuto sociale….”

    Ultima cosa. Il Premio New York. Lo ha voluto con grande forza…

    “Ho riaperto per New York una giuria internazionale, era bloccato da quasi due anni. Dà la possibilità a degli artisti italiani di venire a New York per quattro o sei mesi, due volte l’anno e poter anche frequentare dei corsi alla Columbia University. Nel frattempo ho realizzato un libro sui giovani artisti a New York. Un libro che fotografa la realtà newyorkese. Per la prima volta  c’è una mappatura dell’arte italiana in questa città Mi stupisco di come possa non essere stata mai fatta. Questo con i soldi di sponsor privati… di istituzioni private. Mi sono incaponito, perché molte volte l’arte italiana è per parrocchiette che non vogliono saper nulla dell’altra. Quindi contro le parrocchiette abbiamo un vademecum, limitato , in via di evoluzione, che è desueto nel momento stesso in cui esce, ma è una iniziale fotografia. Un primo mattoncino...”

    E la nostra intervista termina qui. Renato Miracco torna al suo computer, alle sue moltecipli email, telefonate, appuntamenti, progetti da valutare, sponsor da cercare e alla sua cultura dell’ “energia”.

                                                                           

      Video recente, realizzato da i-Italy, con Renato Miracco in occasione del concerto all'IIC del gruppo musicale Dissonanzen che ha inaugurato nella sede di Park Avenue,
    le celebrazioni del Futurismo a New York

  • Newark. Italia e Portogallo si incontrano

    Newark italiana non è più sotto la nuvola di New York. Il Consolato italiano della capitale del New Jersey, fino a qualche mese riconosciuto dal governo italiano solo come “vice consolato”, comincia a farsi notare con iniziative interessanti e originali dovute anche alla sua conquistata maggiore autonomia. Una di queste è stata senza dubbio una tavola rotonda organizzata dal Console Andrea Barbaria di concerto con il collega portoghese, Francisco Carlos Duarte De Azevedo, nell’ambito delle celebrazioni del giorno dedicato all’Unione Europea.

    Abbiamo chiesto al giovane diplomatico italiano qualcosa in più su quest’evento e, per l’occasione, ci siamo fatti raccontare un pò delle attività di questi giorni nel Consolato che dirige. Newark, nodo importante e strategico della rete consolare italiana negli USA che ancora pochi conoscono.

    Come è nata l’idea di una tavola rotonda italo-portoghese?

    “Dopo la cerimonia di elevazione del Consolato. Si sono stretti i rapporti con il Console Generale del Portogallo a Newark. Abbiamo cominciato a scambiarci opinioni, pareri su temi comuni. Questo perchè spesso affrontiamo questioni (sostituzione di “temi”) simili e facciamo riferimento al comune quadro normativo europeo. Ci siamo conosciuti ed è nata l’idea di organizzare un meeting congiunto.

    Abbiamo deciso che la cosa migliore fosse parlare soprattutto da un punto di vista ecomomico-commerciale, di investimenti. Questo soprattutto per attirare più facilmente interlocutori delle autorità locali.   E poi l’abbiamo fatto ventiquattro ore prima del giorno dedicato all’unione ueorpea… “

    E’ la prima volta che si crea una sinergia così?

    “Si. Il console generale portoghese mi ha detto che nel corso del suo mandato non aveva aveva mai pensato di farlo con il vice Consolato italiano. Soprattutto per ragioni di compentenza territoriale che fino all’elevazione a Consolato creava dei problemi di compatibilità. Doveva evitare disguidi e sovrapposizioni con i colleghi portoghesi dal momento che dipendevamo da New York. Ha voluto aspettare l’elevazione.”

    Proviamo a dare una piccola fotografia della realtà italiana a Newark-NewJersey in un contesto che vede una grande presenza portoghese…

    “Partiamo da quella italiana del consolato di Newark. Abbaimo circa 16.000 persone iscitte all’anagrafe consolare. Questo è il dato degli italiani accanto al quale c’è quello immenso ed enorme e anche molto sfaccetato degli italoamericani. Dei figli degli italiani che appartengono alla terza o quarta generazione.

    Senz’altro almeno, in termini percentuali di incidenza degli italoamericani, il New Jersey è molto forte. Su 8.000.000 circa, si dice che quasi più 1.500.000 siano di origine italiana.

    Altrettanto importante è la comunità portoghese. Meno dal punto di vista storico, parlando per così dire di quella portoghese-americana, rispetto a quella italo-ameicana.

    L’immigrazione italiana ha vissuto l’ultima grande ondata negli anni ‘50-‘60. I portoghesi invece sono arrivati dopo gli anni ‘60 e soprattutto nei  ‘70. Direi in coincidenza con i fenomeni connessi o comunque collegati alla transizone democratica del Portogallo e della decolonizzazone. Della loro progressiva conquista dell’indipendenza.”

    E ora nell’area di Newark questa presenza si sente moltissimo…
    ” Sono 70.000 registrati nel Consolato Generale portoghese. Per certi aspetti si può dire che ha la comunità portoghese ha preso il posto della comunità italiana storica. Nel senso che che gli italiani che abitavano a Newark si sono spostati in zone più residenziali, nei dintorni.

    I portoghesi per la maggior parte vivono in un quartiere detto Ironbound, vicino alla Penn Station. Una volta era abitato anche da italiani che sono andati via nello stesso periodo lasciando il famoso quartiere italiano “Old First Ward"

    In realtà Ironbound ha visto negli ultimi tempi arrivare anche brasiliani ed in genere latino-americani. Si caratterizza oggi come un quartiere con una marcata impronta portoghese e poi con innesti vari.”

    Ci sono quindi diversi legami tra le due comunità, ma nella tavola rotonda vi siete occupati soprattutto dei rapporti commerciali…

    “Dopo una parte dedicata alla celebrazione istituzionale europea, ne abbiamo analizzato diverse sfaccettature. Per esempio, abbiamo parlato degli investimenti nel New Jersey e dal New Jersey verso Italia e Portogallo. E anche molto di turismo…”

    C’era una presenza americana importante…

    “Si, rappresentanti di tutti le autorità locali a vari livelli. Tra questi Jack Donnelly Donnelly (Deputy Chief Economic Growth del governatore Corzine), Steven Pryor (vicesindaco di Newark) e Philip Alagia (Essex County Executive).

    Erano presenti anche vari rappresentanti di istitituzioni italiane con i loro omologhi portoghesei. La Camera di Commercio italo-americana, l’Enit, l’ICE…

    Tutti hanno voluto dare risalto alla presenza italiana e portoghese strategica nel New Jersey. Gli interlocutori americani hanno ricordato suprattutto la rete di trasporti. Gli incentivi previsti per attivare investimenti, l’aeroporto, le autostrade, la vicinanza con Manhattan. E poi la grande presenza universitaria”

    New Jersey, importante anche per la tecnologia…

    “Si, sopratutto per quella ambientale. Si è anche detto che il governo vuole investire in questi settori di punta cosi’”

    Dunque è stata una tavola rotonda importante…

    Si. Voglio anche dire che lo scorso mese Mantica ha firmato a Lisbona per la parte italiana un memorandum d’intesa per rafforzare consultazioni tra Italia e (E CHI?). Si prevedono colloborazioni tra le reti diplomatico-consolari. Che dire? Questa tavola rotonda può essere vista come un piccolo esempio-corollario di questa intenzione. Di un disegno più ampio con delle ricadute a livello locale.”

    Cogliamo l’occasione per parlare dell’attività corrente del Consolato. Un periodo molto impegnativo, con diversi appuntamenti istituzionali…

    “Si. Ci avviamo alle celebrazioni del 2 giugno in un contesto complesso. Stiamo lavorando sulle elezioni europee per i cosidetti elettori temporanei, ma siamo ormai già anche dentro la macchina organizzativa ben più complessa per il referendum.”

    Con l’elevazione a Consolato è aumentata la vostra responsabilità ma anche autonomia…

    “Si anche dal punto di vista finanziario. Ma rimaniamo in collegamento con New York anche su espressa istruzione dell’Ambasciata.”

    In questo contesto state organizzando i festeggiamenti del 2 giugno?

    “Si. Aggiungo che stiamo anche effettuando un monitoraggio per le attività di fund rasing per le vittime dell’Abruzzo molto importante e delicato. I festeggiamenti della festa nazionale qui sono diversi da quelli di New York. Del resto non potremmo mai lontanamente pensare di poter competere. E’ una festa prima di tutto istituzionale, il giorno ricorda la nascita della Repubblica italiana. La nostra volontà è quella di allargare quanto possibile la partecipazione anche a quella comunità italo-americana che magari non ha finora avuto modo di entrare sufficientemente in contatto con il consolato di Newark e marcare in maniera evidente la presenza del consolato sul territorio”

    E’ la prima festa nazionale del Consolato “promosso” di Newark?

    “E’ stato un processo lungo e particolarmente travagliato quello che ha portato all’elevazione a Consolato. E’ il primo 2 giugno del Consolato di Newark autonomo. Un altro messaggio che vorremo dare, accanto a quello istituzionale, è quello del recupero della memoria della Newark italiana. Anche se il trasferimento progressivo degli italiani è stato qui metabolizzato e in un certo senso la grande e storica presenza italiana a volte sembra nascosta.  Il 2 giugno verranno proiettate una serie di fotografie che ricordano quanto è stata importante la nostra presenza qui. Sono le immagini che ha raccolto Sandra S. Lee nel libro Italian Americans of Newark, Belleville e che nel mese di Ottobre saranno in mostra nel Museo d’Arte Casa Colombo. Un tuffo nel passato che significa anche un’apertura al futuro.”

  • Vignelli. Design semplice per una vita comoda

    Lui con una blusa a tunica nera. Lei, vestita in bianco e nero con un unico gioello che, discreto, sfiora l’abito. Massimo Vignelli ed Elena Valle,  emozionati come due bambini, hanno ricevuto lo scorso martedì dalle mani del console Generale Francesco Maria Talò e dal direttore dell’Istitituto Italiano di Cutura di New York, Renato Miracco, l’onoreficenza di commendatore nell’ordine al merito della Repubblica Italiana.
     

    Chi li vedeva ricevere le medaglie poteva anche non sapere di loro. Della loro vita intimamente legata alla storia del design. Ma nel loro modo di porsi, di presentarsi al pubblico l'evidente sintesi, comunicazione, il loro messaggio: semplicità che parla. Design puro.
     

    Rimangono impresse le loro figure fisiche che si distinguono, ma al tempo stesso si lasciano avvolgere dall’ambiente che le circonda. Un pò come il loro lavoro elegante, ma mai distaccato.

    Un lavoro frutto di passione e perseveranza ma anche di uno sguardo che cerca la semplicità. “Occorre saper disegnare tutto oggi. Dagli oggetti normali alla città del futuro, anche il quotidiano più banale, può ispirare”.

    Professione designer. I coniugi Vignelli hanno curato l'immagine grafica di importanti industrie, disegnato confezioni di prodotti, progettato oggetti di tutti i tipi, interni di ambienti, segnaletiche. La loro missione:  “Rendere comoda la vita delle persone''. E lo hanno fatto prima di tutto vivendo tra la gente.

     Arrivati verso la fine degli anni ’60 in America, Massimo ed Elena,  insieme nel lavoro come nella vita, hanno fondato nel 71 la Vignelli Associate.  

    Hanno tra l’altro disegnato la mappa della metropolitana di NewYork, i loghi dell’American Arlines, Ducati, Bloomingdales, Xerox, Lancia, Cinzano,  Ford, Benetton, Musem of Fine Arts, l’immagine grafica del TG2 della Rai ma anche oggetti di uso quotidiano, poltrone che ormai fanno parte della storia del Design.  Hanno dettato legge nel mondo della tipografia e grafica contemporanea dando un’impronta inconfondibile.

    Massimo Vignelli, con divertita classe, ricevendo la sua onoreficenza ha ricordato come nell’immaginario italiano la figura di commendatore sia legata ad un uomo con la pancia. 

    Appuntata sul suo abito nero l’inconfondibile croce: “Ci andrò a dormire!”. Ha detto la sera nel corso della cena offerta dal direttore Renato Miracco.  Un dolce sorriso quello della sua Elena che invece aveva staccato l’onoreficenza dal suo abito. 

    Possiamo indovinare il perchè? Perfetta sul vestito del marito la croce  non andava d’accordo con il suo lungo, ma discreto gioello in argento.  Ma l'onoreficenza la porterà nel cuore. Siamo sicuri.

    La planimetria della metropolitana di New York disegnata da Vignelli.
    In pagina alcuni momenti della premiazione (foto di Vincenzo Ruocco)
      e alcuni lavori dei coniugi Vignelli

     

  • An Afternoon Together. With Rocco Caporale

    (In italiano)

    Acquaintances, colleagues, and friends came together to reminisce and share anecdotes, thoughts, and moments from the public and private life of this intellectual who passed away last year. The event was organized by the Italian Heritage and Cultural Committee of New York (IHCC), St. John’s University, John D. Calandra Italian American Institute (CUNY) and by the Coccia Institute  (Montclair State University).

    An educator for over thirty years, Rocco Caporale was born in Santa Caterina dello Ionio in 1927.  His life was dedicated to research and sociology, and it was an intense life that many friends recalled with fondness while seeking his presence within their words. 

    Joseph Sciame of the IHCC, Mary Anne Re, Dawn Esposito, Anthony Tamburri, Jerome Krase, Sal LaGumina, Ottorino Cappelli, Fred Gardaphè, Taina Elg Caporale (Rocco’s wife of twenty-five years and Italian-Finnish actress), his daughter Caterina, Gaetano Cipolla, Mario Fratti, Angelo Gimondo, and Mario Mignone came together as friends to share their memories of a man to whom the Italian community in New York City owes a great deal.

    Academic research was not Rocco Caporale’s only interest.  Soon after he launched his academic career, or perhaps first and foremost, he had a passion: to promote and help “his” southern Italy. For this reason he created several organizations that straddled Italy and many countries all over the world and allowed him to promote cultural exchange and research.

    Under his direction, the Institute for Italian American Studies and Pontes International worked to realize cultural exchange in southern Italy and the rest of the world, as well as the International Association of the Magna Grecia and the International Committee for the Mezzogiorno.

    In addition to these activities, Rocco was also directly involved with the Italian Heritage and Cultural Committee which is primarily responsible for organizing the events that mark October as Italian Heritage Month in New York City. As a sociologist and expert in migration patterns, Rocco understood how important statistical analysis was to the Italian vote abroad, and over the past few years his research brought several problems to the forefront.

    Everyone who spoke recalled his intense, frequent, and far-sighted research focus. Salvatore LaGumina, Jerry Krase, Anthony J. Tamburri, and Fred Gardaphè all recounted his rigor as a sociologist and his intellectual forethought that inspired him to speak, for example, in uneasy terms of the necessity for an Italian American Encyclopedia.

    Krase emphasized that Rocco had defined part of his life and the life of the college, and this sentiment was repeated by the other scholars who shared their personal recollections.

     “You felt his absence when he couldn’t come…,” Krase recalled. Rocco was the only one who didn’t ask him why he was so concerned with Italian Americans.
     

    Mary Ann’s words described her memories of being one of his devoted students. After having attended one of his lectures, she decided to focus her studies on sociology. She recounted her memories as a student who was so impressed with her professor, and included the amusing anecdote in which her father, the illustrious Judge Edward Re, telephoned Rocco Caporale without ever having met him and said: “You’re the one who took Mary Ann away from law school.” 

    Ottorino Cappelli, instead, told a story based on official documents that evoked one single day in Rocco’s life. It was an extraordinary day, one in which the sociologist was called to testify at a hearing of the parliamentary commission investigating the reconstruction of post-earthquake Irpinia. Rocco had in fact conducted significant research on this topic, revealing a system of corruption and bribes which then came to be known as “Irpinia-gate.” That parliamentary hearing marked a profound moment in his life. From the documents there emerges an evident contrast between a decidedly sociological inquiry and someone who was anxious (and also perhaps fearful) because he knew both the first and last names of the guilty parties.

    In the following speech given by his daughter Caterina, who in 1980 was still very young, said: “Yes, I remember it clearly. 

     One night he called me and thattelephone call was different than the others. He never would have admitted to being scared, but I could feel that he was. It was a poignant phone call.”

    Consul General Francesco Maria Talò was also among those present. “I only saw him a few times,” he said, “but I had a way of appreciating his career, his caliber as a scholar who represents the profound capacity of our south.” And with a few words he described another characteristic of the Caporale, the intellectual and the man: “He was a scholar who only believed in data. His research was not based on opinion.

    I remember one time when we were discussing the Italian elections. Fact and figures – for him data was the basis for everything. I recently had the opportunity to understand his relationship to the earthquake in Irpinia. I read everything, and I recently learned that it would be redistributed in Italy because it could still be useful, especially with the tragic earthquake in Abruzzi.”

    Gaetano Cipolla remembered him in this way: “He was a great organizer. Enthusiastic. I remember one anecdote in particular while we were on a tour of the Magna Grecia. He made me translate the jokes of a comic into English, jokes that were off-color. It was difficult for me, but very entertaining. I had to go between dirty words in Sicilian, Italian, and Calabrese.”

    There was also another friend who joined them on this trip, Mario Fratti. The man of the theater shared many memories of Rocco, and above all he talked about how accomplished Rocco was, and how for him even the stones also had a tale to tell.

    Rocco’s wife Tania sat in the audience and listened with attentive emotions, gathering every shade of meaning in the words she heard. She spoke with a weak but firm and trained voice, and when she left the stage she thanked all of the presenters in this way: “I was very lucky to be Rocco’s wife…” Her words were a testimony to how her husband helped her to begin a career in the theater and how this was so important to him and his family. Similarly, Caterina’s words recalled several moments when her father had succeeded in instilling his sense of hope and optimism in her.

    Rocco Caporale’s presence echoed in everyone’s words and faces as they spoke. His amusing way of doing things, often detached but reassuring, came through in the memories they shared. For those who knew him, like I did, he was a great friend and a point of reference. He was a window of considerable knowledge onto the Italian and Italian-American communities. He was always ready and able to find the positive side of everything, and when this was truly not possible, he used self-deprecating humor to find the lighter side. He was a master of the southern sense of humor, and it’s his sense of humor that I miss most.

    It is difficult, for me as his friend, to end this tribute and summarize the life of someone who I will always carry with me in my memories.

    (Translated by Giulia Presia)

  • Insieme un pomeriggio. Con Rocco Caporale

    Familiari, colleghi, amici. Tutti insieme per rievocare, per raccogliere aneddoti, pensieri, momenti di vita privata e pubblica di un intellettuale scomparso un anno fa. Organizzato dall’ Italian Heritage and Cultural Committee of New York, dalla St. John’s University, dal John D. Calandra Italian American Institute (Cuny) e dal Coccia Institute (Montclair State University) si è svolto, in uno dei pomeriggi più piovosi di questa primavera, un incontro per ricordare, presso il campus a Manhattan della St. John's University, il professor Rocco Caporale, professore emerito e Chair del Department of Sociology & Anthopology presso la St. John's University.

    Docente per trent’anni, Rocco Caporale era nato a Santa Caterina dello Ionio nel 1927. Una vita dedicata alla ricerca e alla sociologia. Una esistenza intensa che gli amici hanno ricordato con affetto, cercando nelle parole la sua presenza.

    Joseph Sciame dell'Ihcc, Mary Anne Re, Dawn Esposito, Anthony Tamburri, Jerome Krase, Sal LaGumina, Ottorino Cappelli, Fred Gardaphè, la moglie di Rocco, l'attrice italo-finlandese Taina Elg Caporale con la quale era sposato da 25 anni, la figlia Caterina, Gaetano Cipolla, Mario Fratti, Angelo Gimondo e Mario Mignone. Tutte personalità ben note nella comunità. Amici per mettere insieme dei tasselli, momenti dell’esistenza e di studio di un uomo a cui la comunità italiana di New York deve molto.

    La carriera accademica non è stata l’unico interesse di Rocco Caporale. Subito dopo, e forse prima di tutto, aveva una passione: promuovere e aiutare quello che chiamava il “suo mezzoggiorno”. Per questo aveva creato organizzazioni che, a cavallo tra l’Italia e diversi Paesi nel mondo, consentivano la promozione della ricerca e scambi culturali.

    L’ Institute for Italian-American Studies e Pontes International per esempio che, sotto la sua guida, hanno lavorato intensamente per realizzare scambi culturali tra aree del sud Italia ed il resto del mondo. E ancora l'associazione internazionale Magna Grecia e l’International Committee for the Mezzogiorno.

    Tra le attività che Rocco ha promosso va ricordata anche quella presso l’ Italian Heritage and Cultural Committee, fondamentale struttura per la realizzazione delle attività del mese della cultura italiana che si svolge in Ottobre a NYC. Negli ultimi anni, ancora una volta prima di molti altri, Caporale, sociologo esperto di flussi migratori, aveva capito quanto fosse importante l’analisi dei flussi del voto degli italiani all'estero mettendone a fuoco alcuni problemi.

    Nei ricordi di tutti la sua intensa e spesso lungimirante attività di studioso. Da Salvatore LaGumina, Jerry Krase, Anthony J. Tamburri, Fred Gardaphe è stato prima di tutto raccontato il suo rigore di sociologo, di intellettuale lungimirante che lo portava a parlare per esempio in tempi non facili dell’esigenza di un Italian American Enciclopedia.

    Krase, con grande enfasi, ha definito Rocco parte della sua vita e della sua vita nel College. Il college con Rocco. In tutti gli interventi degli accademici presenti era evidente questo elemento accompagnato a ricordi spesso molto personali. Si sentiva la sua

    mancanza quando non veniva… Sempre Krase, ancora, ha ricordato che Rocco fu l’unico a non chiedergli perchè si occupava tanto degli italoamericani.

    Nelle parole di Mary Ann invece il ricordo di quando era una sua allieva. Di quando. dopo aver ascoltato una sua lezione, scelse di dedicarsi alla sociologia. Il ricordo di una studentessa inamorata del proprio professore ed il divertente aneddoto che vede suo padre, l’illustre giudice Re, fare una telefonata a Rocco Caporale senza ancora conoscerlo e dire: “Lei mi ha portato via Mary Ann dalla facoltà di legge”.

    Intenso, anche se molto diverso nel contenuto, l’intervento di Ottorino Cappelli. Un racconto basato su documenti ufficiali che rievocano una sola giornata di Rocco. Una giornata molto particolare, quella in cui il sociologo fu chiamato a tenere una audizione presso la Commissione parlamentare d'inchiesta sulla ricostruzione post-terremoto in Irpinia. Rocco aveva infatti svolto lunghissime ricerche sul tema svelando un sistema di corruzione e tangenti poi noto come “Irpinia-gate”. Quell’audizione parlamentare segnò profondamente la sua vita. Dai documenti emerge un vero terzo grado, ed un evidente contrasto tra chi aveva svolto un’indagine prettamente sociologica e chi aveva l’ansia (e forse il timore) di conoscere solo nomi e cognomi dei “colpevoli”.

    Nel suo successivo intervento la figlia Caterina, che nel

    1980 era piccola, dirà: “Sì, ricordo con limpidezza. Una notte mi chiamò e quella telefanota era diversa dalle altre. Lui non avrebbe mai ammesso di essere impaurito, ma io sentivo che lo era. E’ stata una chiamata toccante.”

    Tra i presenti anche il Console Generale Francesco Maria Talò: “L’ho visto poche volte – ha detto – ma ho avuto modo di apprezzare il suo carattere, il suo calibro di uomo di studio che rappresenta la profonda capacità intellettuale del nostro sud”. E ancora con poche parole ha descritto un’altra caratteristica dell’uomo-intellettuale Caporale: “ Era uno studioso che credeva solo nei dati. Le sue ricerche non erano basate su opinioni.

    Mi ricordo bene una volta che abbiamo parlato di elezioni italiane. 'Fact and figures'— per lui i dati erano alla base di tutto. Ho avuto occasione proprio in questi giorni di avere il suo rapporto sul terremoto in Irpinia. L’ho letto tutto e ho capito che andava rispedito in Italia perchè può ancora essere utile, specie nella tragica occorrenza del recente terremoto in Abruzzo.”

    E Gaetano Cipolla lo racconta così: “Era un grande organizzatore. Entusiasta. Mi ricordo un tour con lui in Magna Grecia. In particolare un aneddoto. Quando lui mi fece tradurre in inglese le parole di un comico che proprio non erano molto pulite. Fu difficile per me, ma divertente. Ho dovuto barcamenarmi tra dirty parole in siciliano, itaiano, calabrese…”.

    E sempre in questo viaggio c’era con lui un altro amico, Mario Fratti. Nei ricordi dell’uomo di teatro soprattutto quanto Rocco fosse preparato, di come per lui anche le pietre avessero una storia da raccontare.

    Seduta tra il pubblico ascoltava con emozione attenta la moglie di Rocco, Tania, pronta a raccogliere ogni sfumatura delle parole che ascoltava. Con una voce flebile, ma ferma ed impostata, quando è salita sul palco ha ringraziato tutti presentandosi cosi: ”Io sono stata la moglie fortunata di Rocco….”.  Nelle sue parole la testimonianza di come il marito l’abbia aiutata a ricominciare la carriera in teatro e di come sia stata importante per lui la famiglia. Simili le parole della figlia Caterina, che ha ricordato alcuni momenti del padre e l’ottimismo che riusciva ad infonderle.

    Nei loro volti, in quegli degli amici, nelle parole di tutti e nelle battute echeggiava la presenza di Rocco Caporale. Quel suo fare divertito, distaccato e spesso rassicurante. Per chi l’ha conosciuto, come me, un grande amico, un punto di riferimento. Una finestra di conoscenza sensibile della comunità italiana ed italo-americano. Era sempre disponibile e pronto a trovare il lati positivi di tutto, e quando proprio non era possible, lo si vedeva usare autoironia. Quell’umorismo del Sud di cui era maestro. Che manca tanto.
     
     

    Ed è difficile chiudere, per un’amica come me, questa cronaca ed ardua sintesi di chi lo porta nei ricordi.
     

    English Version

  • Laura. A New York per il teatro

    La incontriamo nella nostra sede per parlare del suo lavoro e di progetti. Rannicchiata, avvolta in un grande maglione, si racconta con grande semplicità.

    Occhi che studiano, che si illuminano ed adombrano in alcuni momenti. Una voce stupendamente impostata, pause di riflessione, una gestualità molto femminile ed eloquente, la fanno identificare subito. Senza ombra di dubbio: Laura è un’attrice. Ma Laura è molto di più di un’attrice per il

    panorama culturale newyorkese italiano.

    “Sono laureata in Lettere, Discipline dello Spettacolo. In Italia ho studiato e lavorato con Dario Fo e tanti altri grandi, come Peter Brook, Eugenio Barba, Peter Stein, Soleri, ecc... Ho avuto la fortuna di frequentare un’università ricca di personalità importanti.  Poi ho recitato con Mario Carotenuto, Giancarlo Cobelli, per continuare come assistente alla regia…”.

    Laura ha molto da raccontare sul suo lavoro in Italia, ricordi, aneddoti, momenti importanti legati alla storia del teatro. Ma ad un certo punto l’Italia le sta un po’ sta stretta… «Sono arrivata dodici anni fa per caso a New York  e me ne sono innamorata. Ero un po’ delusa dallo show business italiano, o comunque da quello che mi stava accadendo intorno. Così ho deciso di fare un’internship a NewYork, in un teatro per vedere come si lavorava qui. Anche perchè il teatro americano è molto diverso dal nostro, sempre molto più legato alla tradizione.

    Fu il ‘The Kitchen’ sulla 19ma ad offrirmi questa possibilità di internship. Era così diverso, si faceva un qualcosa che mi era sconosciuto. Pensavo di rimanere solo nove mesi…e invece dopo dodici anni sono ancora qui…».

    Parlare con Laura vuol dire anche capire quanto è cambiato nel corso degli anni il rapporto degli americani con la cultura italiana ed il teatro in particolare.

    «Allora qui non c’erano compagnie teatrali italiane con dei professionisti. C’erano i giullari di piazza, ma sono sempre esistiti.  Facevano soprattutto folklore, cose degnissime per carità, però non veniva rappresentato ciò che si recitava in quel momento in Italia.  

    Così ho deciso di provarci io, di usare la professionalità che avevo acquisito, ho iniziato a fare delle rappresentazioni in italiano, anche con un certo successo. E piano piano il riconoscimento è venuto».

    E Laura mette in gioco tutto il suo background italiano, recita, organizza mostre, scrive, fa regia. Ma è evidente la cosa che più ama fare è recitare.

    «Si, prima di tutto amo recitare. Da poco molto anche insegnare teatro. Mi sto dedicando molto ai bambini. Mi diverte molto. La recitazione è la mia passione. E comunque ciò che so fare meglio, che faccio da più tempo, per cui ho superato le ansie, insicurezze ecc…»

    Ma Laura sa bene che per vincere la sua sfida americana deve essere anche una piccola imprenditrice/produttrice culturale. Non può solo fare l’attrice…

    «Amo essere diretta, ma i fondi non sono tali da potersi permettere i registi quando facciamo cose nostre. Quindi dirigo anche.  Quando produco cose, prendo spettacoli già confezionati che vengono qui, a quel punto sono semplicemente una produttrice.»

    Certo i fondi sono sempre pochi per la cultura e in un momento di crisi come questo ancora di meno. Questo non vuol dire che però Laura non sia sulla strada giusta:

    «La domanda è immensa, ogni evento che organizzo è pieno di pubblico.  Molti mi dicono che bisognerebbe trovare e gestire un teatro tutto con cose italiane, come ce ne sono già di spagnoli, irlandesi, ebrei, ecc.. E io dico sempre: ‘Se qualcuno mi regala un teatro, volentieri!’».

    Il pubblico di Laura è veramente eterogeneo. C’è domanda ovunque. “Negli ultimi anni c’è un’abitudine a New York di vedere teatro non prettamente americano e in inglese. Addirittura sono nati spettacoli con i sottotitoli. Dodici anni fa non era cosi.  Tranne che per l’Opera…”.

    Solo alcuni cenni da Laura ad alcuni degli spettacoli che ha seguito, realizzato ed organizzato, tra cui ‘Accattone in jazz’ con Valerio Mastrandrea, Roberto Gatto e Danilo Rea, una sceneggiatura che verrà ripetuta alla fine di quest’anno anche con Paola Corbellesi in ‘Mamma Roma’.  «E’ difficile mettere insieme attori così, ma sto facendo i salti mortali. Poi siamo in procinto di mettere in scena un testo della Valeri che abbiamo già provato qua ‘Tosca e le altre’. Questo con Marta Mondelli che è la mia partner. Ultimamente continuo ad andare in giro con Totò…»

    Totò. Laura è diventata importante anche per l’immagine all’estero del mitico attore napoletano. Tanto amato ma ancora troppo poco conosciuto in ambiente internazionale per quello che ha rapprensentato.

    «È una cosa nata nel 2002. In quel periodo c’era una retrospettiva su Totò al Lincon Center. L’Istituto di Cultura di New York mi chiese di curare una piccola mostra, realizzata con l’archivio della famiglia De Curtis, qui a New York. Tutto questo ha aperto le porte al viaggio all’estero di Totò.

    Piano piano negli anni si è costruita questa esposizione - … dico sempre che conta cinquanta pannelli… ma invece col tempo siamo arrivati praticamente a cento -  sulla sua vita e la sua carriera.  Vi sono illustrati anche tutti i retroscena del teatro italiano di quell’epoca, con informazioni storiche, politiche.

    Accanto alla mostra propongo un piccolo spettacolino molto modesto in cui spiego la poesia e la canzone di Totò, esponendola in maniera simpatica, perché comunque è fatta per persone che dopo devono comunque avere la voglia di conoscere di più.

    Penso sempre che con uno spettacolo non si colmano le lacune. Ma l’importante è far venire il desiderio di approfondire.

    Così posso dire che il mio rapporto con la famiglia di Toto è diventato sempre più stretto, io sono diventata la rappresentante in America. Sta per uscire un libro sulla storia della malafemmina della canzone che vorremmo portare anche qui.»

    Laura, va dove la porta un’autentica passione per il teatro e la cultura italiana. Mentre parliamo con lei ci rendiamo conto di come sia difficile raccontare tutto. Abbiamo aperto molti sipari con lei e tutti necessitano approfondimenti. E lei è una piccola prima donna, del teatro e della diffusione del teatro italiano a New York.

    Potete trovare maggiori informazioni su http://www.kitheater.com/.

    Per iscrivervi alla newsletter di Laura Caparrotti mandate un email a [email protected]

  • Life & People

    Dear Letissia... Remembering John


    What happens when an Italian abroad like me meets an American who is so Italian like John Cappelli? I’ll share it with you, looking back over my memories. John passed away a few hours ago. He was recovering in a hospital upstate where he had just undergone a major operation.

     
    Yes, it was six years ago, or perhaps more, when I met John for the first time. He had just celebrated the 50th anniversary of his professional career, and I had to write about his life for America Oggi.
     
    I see him from afar, and I recognize him even if I don’t know him. Under a statue in the courtyard of the United Nations, he’s a very thin man who wears a cap low on his head. He looks around with sparkling, curious, and extraordinarily kind eyes.
     
    Besides his eyes, I notice his smile. Open, simple, and almost like a child. And it is with this child-like enthusiasm that John Cappelli immediately takes me by the hand to show me around the U.N. “His” U.N., where he had worked as a reporter for many years.
     
    As he walks through one corridor and then another, he’s lively; he tells stories and the walls seem to follow him. His words become images. 
     
    John Cappelli almost prefers to not talk about himself, but would rather discuss the world, and most of all, journalism, the journalism of a reporter who puts the facts before anything else. 
     
    He takes me to his office, on the third floor if I recall correctly. Most of all, I remember the smell of humid papers, the heaviness of the typewriter, and an enormous printer, the likes of which you won’t find anymore. And then there are so many books, newspapers, notes. It’s a mess. John didn’t really use that room anymore, but the atmosphere from years before still hung in the air. It lived there.
     
    He began his story at the very beginning. He was born in 1927 in New Jersey. His father was from Marucci in Abruzzi and his mother from historical Mulberry Street in Manhattan. He lost her when he was only six years old. He moved to Italy where he lived until 1946. He talked about himself, about the boy who spoke English, who didn’t understand Italian, but who knew the Abruzzese dialect in his head.
     
    He actively participated in the war as an anti-Fascist, many times putting his own life at risk. He delivered information to American military troops hidden in the Abruzzi Mountains. He recounts all of this in vivid detail.
     
    I imagine John as a young man in the mountains. I think of Leone Ginzburg, slain by Nazi-Fascists. As he speaks, he defines himself with pride: the last of the communists.
     
    He returned to the U.S. in 1946 with the Marine Corps, and he settled in the Bronx on Arthur Avenue. As he describes it for a few minutes, I can see what life was like in those years. In 1962, he married Nives, who was also a writer. He enlisted in the Air Force. He completed his studies in Economics and began to work as a journalist for L’Unità del Popolo which was published in the Bronx. He then became a correspondent for the daily newspaper Paese Sera di Roma, a position he held for nearly 30 years until 1984. He then worked for America Oggi, keeping his office at the United Nations.
     
    “Lettissia…,” John continues to reminisce.
     
    And at this point, John’s words become increasingly intense, more words of a journalist. The stories that he tells are alive; he seems to experience them in the present moment, even though they span decades. Political and scientific figures, heads of states, and kings unfold before me.
     
    That day I spent several hours with him. It was the first of many meetings that took place whenever he came to New York. Over the past few months I had mostly long email exchanges with him. He used the Internet with the curiosity of a fifteen-year-old and he asked me about everything: how does Facebook and Wikipedia work, what is an online community. He told me about the evolution of his book of memoirs which he had finished very recently.
     
    Lettissia… that day, so many events, names, stories. From Spain under Franco to Cuba before Castro, Che Guevava. His meeting with Kennedy. The FBI and racism in New Orleans in 1960. Martin Luter King, Jr. Alida Valli, Gina Lollobrigida, Gerard Philippe, Joe Di Maggio, and he even accompanied Amintore Fanfani, Pajetta, Ugo Pecchioli, and Giorgio Napolitano to Little Italy…
     
    He also spoke of his colleagues with pride, from RAI’s Antonello Marescalchi, to Furio Colombo, Ugo Stille, Ruggero Orlando, Oriana Fallaci, Gaetano Scardocchia, Gastone Orefice, Rodolfo Brancoli… and David Horowiz.
     
    And then he told me what his boss Fausto Coen said to him: “I like your American style of journalism: terse and not verbose.”
     
    He was the first to tell me the story of Carlo Tresca and many other Italian-Americans.
     
    I looked among my papers for the article he wrote at the time. I still haven’t found it. But I realize that I don’t need to re-read it in order to properly recall our first meeting.
     
    “Letissia… we were already friends. It truly was love at first sight,” John continued. It was because of what he referred to as “his stroke” that he had trouble pronouncing the “z” in my name. Letissia…it was so sweet.
     
    From that point on, he always called me Letissia even in written form.
     
    And from then on he wrote to me practically every day to comment on events and articles with his unfailing irony. His emails always began with “Letissia…,” and they closed with a sweet, “Your John” that I will never forget.
     
    I will miss you, John. Letissia bids farewell to the last communist.

    Yes, it was six years ago, or perhaps more, when I met John for the first time. He had just celebrated the 50th anniversary of his professional career, and I had to write about his life for America Oggi.

     

    I see him from afar, and I recognize him even if I don’t know him. Under a statue in the courtyard of the United Nations, he’s a very thin man who wears a cap low on his head. He looks around with sparkling, curious, and extraordinarily kind eyes.

     

    Besides his eyes, I notice his smile. Open, simple, and almost like a child. And it is with this child-like enthusiasm that John Cappelli immediately takes me by the hand to show me around the U.N. “His” U.N., where he had worked as a reporter for many years.

     

    As he walks through one corridor and then another, he’s lively; he tells stories and the walls seem to follow him. His words become images. 

     

    John Cappelli almost prefers to not talk about himself, but would rather discuss the world, and most of all, journalism, the journalism of a reporter who puts the facts before anything else. 

     

    He takes me to his office, on the third floor if I recall correctly. Most of all, I remember the smell of humid papers, the heaviness of the typewriter, and an enormous printer, the likes of which you won’t find anymore. And then there are so many books, newspapers, notes. It’s a mess. John didn’t really use that room anymore, but the atmosphere from years before still hung in the air. It lived there.

     

    He began his story at the very beginning. He was born in 1927 in New Jersey. His father was from Marucci in Abruzzi and his mother from historical

    Mulberry Street
    in Manhattan. He lost her when he was only six years old. He moved to Italy where he lived until 1946. He talked about himself, about the boy who spoke English, who didn’t understand Italian, but who knew the Abruzzese dialect in his head.

     

    He actively participated in the war as an anti-Fascist, many times putting his own life at risk. He delivered information to American military troops hidden in the AbruzziMountains. He recounts all of this in vivid detail.

     

    I imagine John as a young man in the mountains. I think of Leone Ginzburg, slain by Nazi-Fascists. As he speaks, he defines himself with pride: the last of the communists.

     

    He returned to the U.S. in 1946 with the Marine Corps, and he settled in the Bronx on

    Arthur Avenue
    . As he describes it for a few minutes, I can see what life was like in those years. In 1962, he married Nives, who was also a writer. He enlisted in the Air Force. He completed his studies in Economics and began to work as a journalist for L’Unità del Popolo which was published in the Bronx. He then became a correspondent for the daily newspaper Paese Sera di Roma, a position he held for nearly 30 years until 1984. He then worked for America Oggi, keeping his office at the United Nations.

     

    “Lettissia…,” John continues to reminisce.

     

    And at this point, John’s words become increasingly intense, more words of a journalist. The stories that he tells are alive; he seems to experience them in the present moment, even though they span decades. Political and scientific figures, heads of states, and kings unfold before me.

     

    That day I spent several hours with him. It was the first of many meetings that took place whenever he came to New York. Over the past few months I had mostly long email exchanges with him. He used the Internet with the curiosity of a fifteen-year-old and he asked me about everything: how does Facebook and Wikipedia work, what is an online community. He told me about the evolution of his book of memoirs which he had finished very recently.

     

    Lettissia… that day, so many events, names, stories. From Spain under Franco to Cuba before Castro, Che Guevava. His meeting with Kennedy. The FBI and racism in New Orleans in 1960. Martin Luter King, Jr. Alida Valli, Gina Lollobrigida, Gerard Philippe, Joe Di Maggio, and he even accompanied Amintore Fanfani, Pajetta, Ugo Pecchioli, and Giorgio Napolitano to Little Italy…

     

    He also spoke of his colleagues with pride, from RAI’s Antonello Marescalchi, to Furio Colombo, Ugo Stille, Ruggero Orlando, Oriana Fallaci, Gaetano Scardocchia, Gastone Orefice, Rodolfo Brancoli… and David Horowiz.

     

    And then he told me what his boss Fausto Coen said to him: “I like your American style of journalism: terse and not verbose.”

     

    He was the first to tell me the story of Carlo Tresca and many other Italian-Americans.

     

    I looked among my papers for the article he wrote at the time. I still haven’t found it. But I realize that I don’t need to re-read it in order to properly recall our first meeting.

     

    “Letissia… we were already friends. It truly was love at first sight,” John continued. It was because of what he referred to as “his stroke” that he had trouble pronouncing the “z” in my name. Letissia…it was so sweet.

     

    From that point on, he always called me Letissia even in written form.

     

    And from then on he wrote to me practically every day to comment on events and articles with his unfailing irony. His emails always began with “Letissia…,” and they closed with a sweet, “Your John” that I will never forget.

     

    I will miss you, John. Letissia bids farewell to the last communist.

     

  • Cara Letissia... Il mio ricordo di John Cappelli


    Cosa succede quando un’italiana all’estero come me incontra un americano così italiano come John Cappelli? Lo racconto oggi, cercando nei ricordi. John è scomparso solo poche ore fa. Era ricoverato in un ospedale dell’upstate dove aveva da poco subito un intervento chirurgico.


    Sì. Erano 6 anni fa, o forse di più, quando per la prima volta ho incontrato John. Aveva appena raggiunto cinquant’anni di carriera e dovevo scrivere la sua storia per Oggi7. Uscì con una grande foto in copertina.


    Lo vedo da lontano, lo riconosco anche se non lo conosco. Sotto la statua del cortile delle Nazioni Unite  un signore magrissimo con una coppola sulla fronte.  Si guarda intorno con occhi vispi, curiosi, straordinariamente buoni.


    Dopo gli occhi vedo il suo sorriso. Aperto, semplice, quasi da bambino. Ed è con fare fanciullesco che John Cappelli mi prende subito quasi per mano per visitare le stanze dell’ONU. Le “sue” stanze dell’ONU, quelle dove ha lavorato come cronista per anni.


    Cammina tra un corridoio e l’altro, sembra leggerissimo, racconta e quelle mura sembrano seguirlo. Le sue parole diventano immagini.


    John Cappelli sembra quasi non aver voglia di parlare di sè, ma solo di quel mondo e soprattutto di quel giornalismo. Il giornalismo di un cronista che anteponeva i fatti a tutto.


    Mi porta nel suo ufficio, al terzo piano se non sbaglio. Adesso ricordo prima di tutto quell’odore, l’umidità delle carte, la pesantezza delle macchine da scrivere, un enorme stampante come non se ne vedono più. E poi tanti libri, giornali, appunti. Confusione.  John non usava quasi più quella stanza, ma l’atmosfera sembrava rimasta ad anni prima. Si viveva.  


    Comincia a raccontarsi proprio dall’inizio. Nasce nel 1927 nel New Jersey. Il padre era di Marucci in Abruzzo, la madre della storica Mulbery Sreet di Manhattan. La perde quando aveva ha solo sei anni. Si traferisce in Italia, dove rimane fino al 46. Racconta di se stesso, di quel ragazzo che parlava inglese,  che non capiva l’italiano ma aveva in testa  il dialetto abruzzese.


    Vive la guerra attivamente, come antifascista, mettendo più volte a rischio la propria vita. Porta informazioni ai militari inglesi nascosti nelle montagne abruzzesi. Racconta tutto con vivezza di particolari. Vedo il giovane John tra le montagne. Ricorda Leone Ginzburg, trucidato dai nazifascisti. Mentre parla si definisce con orgoglio: l’ultimo dei comunisti.


    Torna negli USA nel 46.  con la Marine Corps e si stabilisce nel Bronx, ad Arthur Avenue. La descrive per qualche minuto e mi sembra di vederla in quegli anni. Nel ‘62 sposa Nives, anche lei scrittrice. Presta servizio presso la  Army Air  Force. Completa gli studi e  comincia a lavorare come giornalista per L’Unità del Popolo, pubblicato nel Bronx.  Diventa poi corrispondente del quotidiano Paese Sera di Roma, incarico che mantiene  per quasi trent’anni, fino al 1984. Dopo lavora per America Oggi, conservando il suo ufficio alle Nazioni Unite.


    Letissia… continua a raccontare John.


    E a questo punto le parole di John si fanno ancora più intense. Sempre più parole di un cronista. Le storie che racconta sono  vive, sembra di viverle al presente, nonostante coprano decenni. Sfilano davanti a me personalità della politica, della scienza, capi di stato, re.  


    Quel giorno ho passato con lui diverse ore. Le prime, seguite da altri incontri quando veniva per New York. Negli ultimi mesi ho avuto con lui soprattutto lunghi scambi via email.  Usava Internet con la curiosità di un quindicenne e mi chiedeva di tutto. Come furnziona facebook, wikipedia, cosa è una community on line. Mi raccontava l’evolvere del libro con le sue memorie, terminato da pochissimo.


    Lettissia… quel giorno episodi, nomi, e tante storie. Dalla Spagna di Franco alla Cuba prima di Castro, Che Guevava. Il suo incontro con Kennedy. L’FBI e il razzismo a New Orleans nel 1960.  Martin Luter King. Poi Alida Valli, Gina Lollobrigida, Gerard Philippe, Joe Di Maggio e ancora Amintore Fanfani, Pajetta, Ugo Pecchioli e Giorgio Napolitano accompagnati a Little Italy…


    Parlava orgoglioso anche dei suoi colleghi. Di Antonello Marescalchi della Rai, di Furio Colombo,  di Ugo Stille, Ruggero Orlando, Oriana Fallaci, Gaetano Scardocchia Gastone Orefice, Rodolfo Brancoli… e David Horowiz.

    E poi del suo direttore Fausto Coen che gli disse:  “Mi piace il tuo far cronaca all’americana, stringato e non da parolaio”.

    Fu lui a raccontarmi per primo la storia di Tresca, come di molti altri italo-americani.


    Ho cercato tra le mie carte l’articolo che scrissi allora. Non l’ho trovato ancora. Ma mi rendo conto che non ho bisogno di rileggerlo per ricordare  quel primo incontro.


    Letissia… eravano già amici. Un vero colpo di fulmine. John continuava a raccontare.  A causa di quello che chiamava ‘il mio stroke’ aveva allora difficoltà a pronnunciare la z del mio nome. Letissia… era dolcissimo.


    Da allora mi ha sempre chiamato Letissia, anche per iscritto.


    E da allora mi ha scritto quasi tutti i giorni per commentare con la sua immancabile ironia eventi, articoli. Per parlami dei sui scritti su America Oggi. Anche le sue email cominciavano con “Letissia….”. Finivano poi con un dolce “tuo john” che non dimenticherò mai.


    Mi mancherai John.  Letissia saluta l’ultimo comunista.




     

  • Nel gruppo da sinistra Walter Salvitti, Vincenzo Marra,Renato Miracco, Francesco Maria Talò, Alfio Russo, Alfio Russo, Luigi De Santis, Berardo Paradiso nel corso della visita all'esposizione

    La lingua italiana al Nectfl. Insieme per farla insegnare

    L’abbiamo trovata nell’esposizione italiana alla North East Conference on the Teaching of Foreign Languages (Nectfl), una risposta concreta sulla presenza di offerta di formazione e di prodotti relativi alla lingua italiana nello Stato di New York e dintorni.
     

    Camminare tra uno stand e l’altro, parlare con gli espositori, leggere e visionare le loro proposte,  per i-Italy si è trattato non solo di un’occasione per conoscere lo stato dell’arte della promozione della nostra lingua negli USA, ma anche modo per avviare una riflessione. In quest’articolo vi raccontiamo la presenza italiana alla fiera attraverso una serie di dichiarazioni che responsabili delle istituzioni ed espositori ci hanno rilasciato.

    Venerdì scorso il Console Generale, Ministro Francesco Maria Talò, insieme ai rappresentanti  istituzionali dei vari enti partecipanti, ha visitato e si è intrattenuto diverse ore nell'area espositiva. Lo abbiamo accompagnato anche noi. Si tratta del secondo Nectfl nel corso del suo mandato. “Questa volta c’è stata ancora più interazione tra i partecipanti. - ci dice subito Talò -  Noi italiani siamo entrati nell’organizzazione come protagonisti. E’ previsto un ricevimento dedicato solo a noi, a presentare i prodotti sulla lingua italiana. E’ un segno importante dell’attenzione che ci hanno riservato gli organizzatori di Nectfl”.

    “Rispetto al 1998 siamo in crescita e  bisogna considerare che è un anno di crisi.  Gli espositori presenti, in quello che l’anno scorso abbiamo chiamato ‘Viale Italia’, sono soddisfatti nonostante la consapevolezza della crisi.  Vince l’ottimismo,  dettato dall’entusiasmo e dalla  sicurezza che con la volontà si riesce a superare  anche un momento difficile.  Sono tutti consapevoli della necessità di lavorare in sinergia. 

    E’ prevalsa  la nostra impostazione: bisogna essere inclusivi, fare entrare tutti nelle nostre iniziative.  Poi occorre coordinarsi per marciare lo stesso passo verso un obiettivo comune,  senza  protagonismi. Ognuno così avrà certo la visibilità che merita, Vanno superati i momenti delle corse solitarie. Di chi vuole essere campione.”  

    E ancora il diplomatico sulla domanda presente negli USA di lingua italiana:
    “C’è una crescita straordinaria di richieste per l’apprendimento della lingua italiana. Quello che è importante dire è che viene da persone di diversa provenienza etnica. Aumenta la consapevolezza che è una lingua di cultura e non etnica. Interessa chiunque ami la cultura, indipendentemente dall’entroterra familiare. Naturalmente per gli italo-americani c’è un motivo in più. Ma va detto che è importante parlare la lingua italiana non per motivi affettivi, di nostalgia o estetici, ma perché oggi è semplicemente utile.”

    ‘Viale Italia’ è un po’ la creatura del Consolato Generale di New York che ha svolto un grande lavoro di coordinamento coinvolgendo insieme l’ICE, l’Istituto Italiano di Cultura, l’Enit e la Camera di Commercio italo-americana, anche lo Iace, l'Italian American Commettee on Education, il John D. Calandra Italian American Institute della Cuny, la scuola d’Italia Guglielmo Marconi, e  fondazioni private come Ilica. Importante anche la presenza del prof. Luigi De Santis, direttore dell Educational Office dell’Ambasciata d’Italia a Washington, che coordina tutti gli uffici scolastici della rete consolare USA.

    Editoria, turismo scolastico, scuole per stranieri, percorsi didattici. Alfio Russo, direttore dell’Ufficio Scolastico del Consolato Generale di New York, ci da qualche dettaglio sulla presenza italiana:  “Siamo riusciti a migliorare la qualità degli espositori e per quanto riguarda le sessioni formative dei docenti. Si possono vedere  libri di testo di diverse  case editrici,  conoscere le scuole italiane per stranieri, poi ci si può informare su viaggi studio, soggiorni linguistici. Una delle novità è la presenza della fondazione di Verona con un progetto su Giovanni Rodari.
    In termini di opportunità  nell’area espostiva penso che siamo allo stesso livello degli spagnoli.  Tutto questo grazie ad un grande lavoro di coordiamento tra tutte le istituzioni italiane presenti a New York e anche con l’ICE di Chicago che ha una delega per l’editoria con aziende italiane.”

    Presenti alla fiera l’Accademia Italiana, Alma Edizioni, Arcobaleno, Babilonia Center for Italian Studies, Dante Alighieri Siena, Edilingua Edizioni, Eli, Arcobaleno, Babilonia Center for Italian Studies,  Guerra Edizioni, La Scuola, Loescher Editore, Sorrento Lingue.

    Chiediamo alla rappresentante dell’ICE di Chicago, Elena Phillips maggiori informazioni:
    “Sono 10 anni che partecipiamo a tutte le fiere nazionali. L’ICE ha riconosciuto l’importanza dell’Editoria sul mercato americano ormai da tempo e ha creato questa task force di cui sono a capo. Si trova nella sede di Chicago e promuove editoria e scuole di lingua. Quattro anni fa ci siamo resi conto che era importante partecipare a Nectifl, perché in quest’area sono presenti la maggioranza degli studenti d’italiano. E’ sorto anche Italbooks, un sito che ormai è diventato un importante punto di riferimento nel settore. E’ nato con l’idea di far conoscere l’editoria italiana negli USA, ma abbiamo accessi da tutto il mondo. Anche da Sud Abrica e Australia.”

    Una presenza significativa anche quella della Scuola d'Italia Guglielmo Marconi, l'unica scuola in nord America ad offrire l'intero ciclo di studi sia in inglese, sia in italiano riconosciuta dalla stato italiano. La preside, Anna Fiore, tiene a puntualizzare a sua volta l’impotanza di un evento simile: “Per dare visibilità alla Scuola ma soprattutto per stare uniti, visto che abbiamo una missione comune: diffondere e promovere lingua e cultura italiana”

    Chiediamo al rappresentante dell’Enit, Walter Salvitti, perché è importante legare la promozione turistica alla conoscenza della lingua italiana. “ Facciamo parte del Sistema Italia esotto l’egida del Consolato abbiamo partecipato dando un contributo fattivo. Abbiamo messo a disposizione materiale promozionale legato alla promozione e apprendimento della lingua italiana. La conoscenza della nostra lingua è importante anche per aumentare l’attenzione verso il Paese come come meta turistica. Questo vale per tutti coloro che vogliono visitare l’Italia ed in particolar modo per cosidetti ‘turisti di ritorno’.

    Joseph Sciame, Vice-President for Community Relations at St. John's University, visita con grande attenzione ogni stand. Lo vediamo domandare, raccogliere materiale. E’ la persona migliore a cui chiedere perchè è importante venire ad una fiera cosi per un italo-americano, per un insegnante italo-americano.

    “Come Heritage and Culture Committee abbiamo lavorato molto per l’italiano,   caldeggiato l’AP program, e l’insegnamento nelle scuole a tutti i livelli. Qui l’esposizione  è di un alto livello ed è importante per attirare l’attenzione su quella che è una grande opportunità da non mancare: conoscere la lingua italiana. E vedo che è grandissimo l’ammontare di informazioni e materiale. E’ disponbile per tutti, americani, italo-americani. E’ un vero punto di riferimento per gli insegnanti e le scuole.”.


    Anthony Tamburri
    , dean del Calandra Italian-American Institute (Cuny),  è presente anche nella veste di conduttore della trasmissione Italics programma televisivo sulla CUNY Tv.

    Davanti allo stand del suo Istituto intervista diverse personalità persenti all'esposizione. "E' importante che il Calandra collabori a questo tipo di eventi - ci ha detto - perchè è un Istituto dedicato alla storia e alla cultura degli americani di origine italiana, e quindi anche allo studio della lingua. Si deve anche riconoscere che al Nectf non si parla soltanto di lingua dal punto di vista pedagogico, ma  della cultura italiana in toto.  Quest'evento è stato poi un occasione importante perchè il Calandra , facendo parte di 'Viale Italia', ha avuto la possibilità di dialogare, confrontarsi con tutti altri enti riuniti,  sia quelli privati non a scopo di lucro che quelli governativi.

    C’è aria di soddisfazione tra i vari stand e, tra coloro che sicuramente non nascondono questo sentimento. c’è Berardo Paradiso, presidente dello IACE (The Italian American Committee on Education).

    “Credo che occorre rifare la storia di Nectfl. E’ stato lo IACE, con la mia presidenza, a raggruppare i soggetti partecipanti sotto la regia del consolato con Alfio Russo. E’ importante stare insieme,  per creare sinergie e avere più forza. Siamo in una fiera come tante ed in questo caso il prodotto da mostrare è la lingua. E’ un prodotto che si vende e chi viene è un possibile acquirente. Un insegnante, una scuola… spesso devono scegliere tra una lingua ed un'altra. Tutto dipende da come si presenta. Un prodotto può essere ottimo, ma se non lo si conosce non si può vendere.”

    Un’altra visitatrice che avviciniamo è Silvana Mangione, vice Segretario del Consiglio Generale degli Italiani all’estero: “Il CGIE non può che essere presente in una fiera di lingue straniere.

    Promuovere l’italiano è uno dei nostri compiti. Dobbiamo cercare di diffondere la cultura italiana al massimo, ce lo hanno chiesto i giovani per i quali il CGIE ha fatto un lavoro costante negli ultimi due anni e mezzo per preparare la prima Conferenza Mondiale dei Giovani dello scorso dicembre. Questi giovani ci hanno detto che identità è anche lingua e cultura. E ce lo dicono soprattutto i giovani italo-americani che sono già arrivati alla loro prima post-confeenza. Si stanno dando una struttura meravigliosa a rete negli USA per poi unirsi al resto del mondo”

    Vicino al suo stand, sotto il logo della Niaf, troviamo Vicenzo Marra, presidente di ILICA. Sorseggiamo con lui un ottimo espresso italiano. “Essere oggi qui? E’ la nostra missione. Per

    promuovere lingua e cultura bisogna fare appello a tutte le forze specializzate. Noi non siamo specializzati nel fare corsi o insegnare l’italiano, non sappiamo fare quello che fanno le istituzioni, noi siamo esperti di business e mentre facciamo business ci autotassiamo. Mettiamo giù dei fondi per contribuire a fare meglio questo lavoro di promozione della nostra cultura. Non ci vuole molto. Abbiamo per esempio acquistato metà degli stand di ‘Viale Italia’ e li mettiamo a dispozione delle istituzioni. Cosi queste con i soldi che hanno fanno cose diverse. Ilica è stata concepita nel 2003, incorportata nel 2004. Stiamo andando avanti ed è importante che si sappia, che i mezzi di comunicazione diffondano il nostro lavoro. Lo so, è difficile pensare che qualcuno faccia qualcosa senza far politica,  prendere posizione… ma è così“

    Renato Miracco, direttore dell’Istituto italiano,  entra con noi nei dettagli.
    “Essere insieme rende l’idea di cosa possiamo fare insieme, ma va detto che l’italiano può

    essere insegnato in tanti modi. Attraverso la musica, l’arte, il teatro, il giornalismo… ci sono diversi strumenti per apprendere la lingua. Dobbiamo ricorrere a strade trasverse, essere insieme in questa trasversalità è il vero modo di stare insieme. E questo non deve essere un punto di arrivo, ma di partenza. Ci siamo. Ma siamo solo all’inzio e c’è ancora una lunga strada da fare in questo senso.” E cosa chiede il direttore ai suoi interlocutori?
    “Vogliamo che non ci si perda nel piccolo regionalismo. Vogliamo che parli la nazione. Che ci si presenti come una nazione. Basta con tutte queste dispersioni e piccole cose riferite ad un piccolo territorio. E’ l’Italia unita che si presenta per l’appendimento della lingua. Non l’italia divisa in regioni, ma l’Italia intera con tutta la ricchezza delle regioni”

    Nella presentazione del Kairos Italy Theater troviamo un esempio eccellente di cosa il direttore Miracco vuole dire quando parla di promuovere la lingua seguendo percorsi trasversali. Così l’ideatrice e presidente Laura Caparrotti, ci racconta il suo programma: “Mostriamo agli insegnanti un pezzettino dello spettacolo sulla storia dei gesti italiani di Marta Modelli, poi uno spettacolo sull’abc dell’italiano che si apprende nonostante dialetti diversi, un pezzo di Buzzati in inglese, un estratto su Totò e chiudiamo con 'Accattone in Jazz'. Raggiungere scuole, insegnanti, educator publisher che lavorano con le lingue straniere non è facile. Questa è per noi una grande opportunità.”

  • Silvana Mangione. L'italiano negli USA è vivo ed in piena salute


    Incontriamo il vice-segretario del CGIE a margine della 56esima edizione della North East Conference on the Teaching of Foreign Languages (Nectfl).  (Vedi articolo nei related)


    Non ci è sfuggito l'entusismo con cui l’abbiamo vista visitare gli stand italiani. Tra un libro e un filmato, un poster e piano di studi.  Prove di come la presenza italiana, anche per quanto riguarda la lingua a New York, sia  ricca per mezzi ed interesse.


    E promuovere la lingua di Dante per Silvana Mangione è una missione fortemente legata alla sua attività di rappresentante istituzionale. Lo ha fatto e lo fa con entusiasmo, competenza e, quando occorre, aggressività.


    Seduti vicino ad uno stand, pieno di colorati testi scolastici, affrontiamo con lei alcune questioni che sappiamo le stanno molto a cuore. Questo anche allo scopo di dissipare ogni dubbio sullo stato di salute della lingua italiana negli USA.


    Promozione della lingua italiana ed attenzione da parte delle Istituzioni italiane. Come va?

    “Siamo al punto in cui dobbiamo riuscire a far capire al Governo italiano che la promozione della lingua e cultura italiana all’estero non è una attività a favore degli italiani all’estero,  ma a favore dell’Italia.


    Racconto una cosa. Nella recente Commissione continentale in Australia  erano presenti tre senatori di una delegazione del Comitato per la gestione degli italiani all’estero. E c’era un senatore della Lega che, appena arrivato, con assoluta sincerità e correttezza ci ha detto:  noi non sappiamo nulla di emigrazione di italiani all’estero. Ci ha ascoltato però e al terzo girono ha preso la parola: ‘Tornerò indietro per sensibilizzare. – ha detto -  I  venti milioni di euro che mancano per la lingua vanno trovati. Servono prima all’Italia che a voi.’


    Abbiamo cominciato con i parlamentari. Occorre ora convincere il Governo che se in momenti di vacche magre bisogna risparmiare,  occorre scegliere bene su cosa.  A fronte di miliardi di euro, venti milioni di euro per continuare a promuovere l’italiano per l’italianizzazione del mondo non sono nulla. “

    Esiste poi anche una realtà statunitense diversa dal resto del mondo. Come si fa ad attirare l’attenzione su questo fatto? E come si fa e far sì che una volta stanziati i fondi sia possibile utilizzarli intelligentemente?


    “Chi si loda si imbroda" si dice a Bologna. L’ho detto personalmente al Ministro Frattini in un incontro che abbiamo avuto con lui alla Farnesina sui tagli della finanziaria. Ho detto chiaramente che bisogna sostenere la promozione della lingua in via generale, ma che in determinati mercati va fatta di più che su altri.


    In Europa esiste la risoluzione n. 77 del 1977 che pochi ricordano e che non è mai stata applicata. Fa obbligo agli Stati membri di insegnare, fin dall’asilo, oltre alla lingua del paese in cui si trovano anche quella materna. Si deve pretendere dai rispettivi governi. Perché non lo fanno? Perché ci sono una serie di costrizioni incancrenite che si muovono in determinati modi. Non si ricorre nemmeno nel momento delle vacche magre a soluzioni che potrebbero portare a liberare fondi per destinarli ad altre aree nelle quali sono maggiormente necessari. Poi vanno ovviamente, come dici, assegnati con intelligenza e soprattutto maggiore mancanza di parzialità”.

    Sappiamo che per ora, sul fronte AP, gli italiani qui hanno perso. E’ una grave sconfitta, ma non segna certo la fine dell’italiano.  Eppure il rischio  è che il messaggio passato, insieme a questo insuccesso, sia quello che non interessi, che non ci sia la domanda…


    “No non è cosi. La sconfitta è di chi ha gestito per parte americana i rapporti con il College Board. Non certo delle istituzioni italiane. E neanche della Comunità italiana.


    E’ di chi ha contrattato numeri ed impegni che non era possibile mantenere. Non c’è stata alcuna sconfitta dell’italiano. Anzi l’insegnamento e apprendimento stanno crescendo. L’apprezzamento dell’italiano come lingua di cultura sta aumentando in misura esponenziale. L’AP è una certificazione,  un esame che consente ai ragazzi di entrare alle università americane portando con loro un certo numero di crediti gratuiti. Solo questo.

    L’AP non è l’insegnamento dell’italiano che funziona benissimo e sta crescendo fin dalla scuola d’infanzia.


    E’chiaro che nel momento in cui si è verificato un caso di questo genere le persone di buona volontà cercheranno, e stanno già cercando, di trovare soluzioni alternative e certificazioni alternative. Perché se il College Board ha fatto dell’AP un programma attraverso cui guadagnare centinaia di migliaia di dollari l’anno, secondo noi la certificazione  deve servire a favorire lo studio dell’italiano e l’inserimento dei giovani nelle università.  Questo è il nostro interesse vero e non quello finanziario…”





     

Pages