header i-Italy

Articles by: Letizia Airos soria

  • Art & Culture

    Mesmerized by Mafalda Minnozzi's Voice

    In lingua italiana >>

    She owns the stage. With all the sweetness and strength that only a woman, who understands the meaning of fragility, can grasp. 

    She hypnotizes your entire body, inviting it not only to listen to her, but also to dance, follow the rhythm, even sing along. I don’t have a great voice and have the reserve to withhold it when she invites the audience to follow along. I regret this later, however. I didn’t let myself go, I told her “no”. I’m sorry. I may have missed out on something, a part of her.

    Crowned by her red hair, two experienced eyes observe the audience without losing focus. Mafalda Minnozzi appears to traverse you when she sings, giving herself to the public each time, no matter where she is singing her songs: a theatre, home, studio, park…

    I heard her sing recently at my friend Patrizia di Carrobio’s home. Thanks to her I enjoyed yet another unforgettable evening of 1960s musical hits: precious gems recast by her voice.

    As she sings, Mafalda Minnozzi gives herself but also receives from those who listen. You find yourself engaging in a cycle of mutual generosity. Few artists can accomplish such a feat, which comes from her profound humility. 

    Mafalda’s story is important, difficult, unconventional, and brave. It’s the story of a true interpreter. Her voice is her instrument. She conveys emotions. Each text is given a new life as it passes through her vocal chords. Sometimes it is reborn. She conveys passion and pulls you into a complete sensorial experience. 

    She has not lost her Italianness, but Brazil has gotten into her veins, influencing not only her musical repertoire, but also the way in which her words move through the air, treading their own path alongside the music.

    This is how I see her. This is how I see Mafalda Minnozzi, a singer who, in my opinion, should become much more popular in Italy, where nowadays musical interpreters are given little importance. This certainly wasn’t the case in the time of famous  Italian singer Mina. And one can’t help but wonder whether even the “Tiger of Cremona” (as public also labeled her)  herself would have a hard time emerging in the current system.

    Mafalda Minnozzi also boasts a strong personality. And this too could be a problem in the current Italian musical landscape, which likes to groom its artists.  

    Her roots are between Pavia, where she was born, and San Severino Marche, where she grew up. She then spent her long career between Italy and Brazil and it’s in this Latin American nation that she found true fame.

    She conquered Brazil but the Country also conquered her.

    In Brazil music easily becomes dance. Mafalda does the same with her voice. And sometimes she reworks Italian pieces this way. She plays with different genres, interpreting Italian hits from the ‘60s (by Tenco, Paoli), ‘30s and ‘40s Jazz (Duke Ellington, Billie Holiday), and of course Brazilian songs (by Gilberto Gil, Chico Buarque, Milton Nascimento, Caetano Veloso…).

    Over the past twenty years, she has been performing with Italian-American guitarist Paul Ricci. With him she recorded eMPathia Jazz Duo, a gem that brings together Samba and Jazz, her two musical pillars.

    What else can I say? Go and listen to her. She’s in New York these days. You won’t want to miss it.

    You can find all the info on her website: https://mafaldaminnozzi.com.br/home-page/

  • Arte e Cultura

    Mafalda Minnozzi. Una voce che danza

    English version >>

    La scena è sua. Con tutta la dolcezza e la forza che solo una donna, che sa cosa vuol dire fragilità,  può conoscere.

    Ti ipnotizza tutto il corpo che non solo la vuole ascoltare: vuole ballare, seguire il ritmo, anche cantare. Io non ho una gran voce, ho il pudore di non usarla quando lei invita l’audience a seguirla. Me ne pento dopo però: non mi sono lasciata andare, le ho detto "no". Mi dispiace. Forse ho perso qualcosa di lei.

    Sotto i suoi capelli rossi, due occhi pieni di esperienza che osservano chi ascolta senza perdere la concentrazione.  Mafalda Minnozzi sembra attraversarti quando canta. E si dona al pubblico ogni volta.  Non importa dove si trovi, dove stia intonando le sue canzoni:  teatro, casa, stadio, parco…

    L’ho sentita cantare di recente a casa di un’amica, Patrizia di Carrobio. Grazie a lei ho passato un’altra serata indimenticabile con i successi degli anni ‘60. Vere perle rimodulate dalla sua voce.

    Mentre Mafalda Minnozzi canta, si dona, ma riceve da chi ascolta. Ti trovi coinvolto in un vortice di generosità reciproca. E' un miracolo che pochi artisti sanno fare e che nasce da una profonda umiltà.

    Mafalda ha una storia importante, difficile, controcorrente, coraggiosa. La storia di una vera interprete. La voce è il suo strumento. Trasmette emozioni, ogni testo modulato dalle sue corde vocali sembra vivere un’altra vita. A volte rinasce. Trasmette passione e ti coinvolge in una vera e propria esperienza sensoriale.

    Non ha perso la sua italianità, ma il Brasile le è entrato nel sangue, fa parte non solo del suo repertorio musicale ma del suo modo di muovere le parole nell’aria. Parole che intraprendono un cammino tutto loro adagiandosi sulla musica.

    Così la vedo. Così vedo Mafalda Minnozzi , una cantante che a mio avviso andrebbe conosciuta molto di più in Italia, un Paese dove oggi si concede poca importanza all’interprete musicale. Non era certo così ai tempi di Mina. E viene da chiedersi se in un sistema come quello attuale forse anche la tigre di Cremona avrebbe avuto problemi ad emergere.

    E Mafalda Minnozzi ha anche personalità da vendere. Questo puo essere un altro grande problema nel panorama musicale italiano che oggi gli artisti li vuole plasmare.

    Le sue radici sono tra Pavia, dove nasce, e San Severino Marche, dove cresce.  Poi una lunga carriera tra Italia e Brasile,  la sua.  Ed è  la terra sudamericana che le ha regalato la vera fama.

    Le lo conquista, ma il Brasile conquista lei.

    In Brasile la musica diventa facilmente danza, Mafalda fa lo stesso con la sua voce.  E le capita di modulare anche pezzi italiani così. Accarezza diversi generi. Dall’interpretazione di successi musicali degli anni ‘60 (con Tenco, Paoli), al Jazz degli anni 30 e 40 (con Duke Ellington, Billie Holiday),  a quelli brasiliani ovviamente (con Gilberto Gil, Chico Buarque, Milton Nascimento, Caetano Veloso)...

    Da vent’anni lavora e si esibisce con il chitarrista italo-americano Paul Ricci. Con lui ha registrato eMPathia Jazz Duo, un vero gioiello tra samba e jazz, i suoi due pilastri musicali.

    Che dire di più? Andatela ad ascoltare. E' a New York in questi giorni. Da non perdere.

    Tutte le info nel suo website: https://mafaldaminnozzi.com.br/home-page/

  • Opinioni

    E l'uomo, dov'era? Dov’è?

    «La domanda: "Ditemi, dov'era Dio, ad Auschwitz?". La risposta: "E l'uomo, dov'era?" »

    Scriveva così William Clark Styron, autore del noto  “La Scelta di Sophie” romanzo e poi film da Oscar.

    Passano gli anni e rischiamo di porci questa domanda, non solo guardando al passato.

    Anche quest’anno ho partecipato alla lettura dei nomi davanti al Consolato Generale di New York. Eventi così  sono importanti, e lo sono soprattutto perchè si ripetono ogni anno, grazie al lavoro delle istituzioni di un Sistema Italia allargato.

    Leggere quei nomi per strada, in un avenue per lo più indifferente,  con la gente che passa indaffarata, senza neanche sfiorare con lo sguardo quello che accade, è importante.  

    Ci sono quattro persone - spesso conosciute nella comunità italiana -  che da quattro microfoni leggono nomi di famiglie intere, con cognomi che si ripetono e martellano l’aria.  

    Tutti dovrebbero leggerli questi nomi. Sono veri, concreti, sanguinano in bocca mentre li scandisci. Chiedono di esistere.

    Dietro i leggii, diplomatici, professori, autorità varie, studenti, giornalisti....  Il freddo taglia i volti, le mani si congelano mentre si girano i fogli. Sotto gli occhi quei nomi. Nell’aria quei nomi.  Sono i 9700 ebrei italiani, deportati dall'Italia durante il nazifascismo. Nomi, non numeri. Nomi.  Nomi che vorrei volassero lì dove sono quelle persone che vengono ricordate.

    “E’ importante che siano nomi, non numeri”.E’ questa la prima cosa che ribadisce Stella Levi, superstite di Auschwitz, residente a New York.  Tutte le volte che la vedo mi stupisce la ferma dolcezza con cui riesce a ricordare, nonostante il dolore evidente nei suoi profondi occhi. E’ consapevole di avere un dovere, una missione: quella di preservare quel ricordo.

    Poche ore prima dell’evento della lettura dei nomi, in Italia,  la senatrice Liliana Segre, anche lei superstite dell'Olocausto, si era pronunciata sulla vicenda dei migranti della nave Sea Watch 3  “...annegata nel mare dell’indifferenza con la mia famiglia intera, da cui solo io sono tornata a raccontare, sono certamente più sensibile a una nave che non trova attracco. Ma come non ho trovato allora le risposte perché il mondo intero e’ stato indifferente - non solo i nazisti colpevoli -  trovo che quest’indifferenza si ripeta anche oggi”.

    Non è la stessa cosa, vero. Il parallelo con Auschwitz non si può fare,  ma la storia non si ripete mai nello stesso modo. Però insegna. La parola chiave è proprio “indifferenza”.

    Può il racconto dei rifugiati del 1930 aiutarci ad affrontare il presente? A fare attenzione?

    Cos’hanno di diverso le navi di migranti di oggi? Cosa vuol dire confrontare la tragedia dei rifugiati di oggi con la fuga degli ebrei? Non so dare una risposta. Ne pretendo di darla.

    C’è qualcosa che però mi porta indietro ai racconti di mio nonno, ad una Roma di gente per bene, cattolica,  che sotto i suoi tetti, tra i suoi tetti, ha respirato e nascosto a se stessa un rastrellamento nel suo ventre, nel ghetto del Portico d’Ottavia.

    Siamo  indifferenti se non ci accorgiamo di cosa fanno la politica, il mondo della ‘cultura’, i cosiddetti opinion leader.  Ammettono che si possono abbandonare in mare persone colpevoli solo di essere nate nel posto sbagliato. Dicono che vanno rimandate indietro.  Dunque rispedite in luoghi di povertà,  magari in guerra, dove vengono torturate?  Dove forse trovano la morte?

    Si cancellano i migranti come esseri diversi, indegni anche della nostra pietà. Si lascia fare agli altri. Decidere agli altri. Ma ricordiamo.  Solo settant'anni fa, nella civilissima Europa, cittadini europei fecero morire altri essere umani,  perchè ebrei, nell’indifferenza.

    Riporto alcune parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, “Lo shoah è un virus pronto a risvegliarsi". E ha aggiunto con la lucidità di uno statista. “Quando il benessere dei popoli o gli interessi delle maggioranze, si fanno coincidere con la negazione del diverso - dimenticando che ciascuna persona è diversa da ogni altra - la storia spalanca le porte alle più immani tragedie".

    Sotto il cielo di New York il monito viene da Stella Levi. “Stanno accadendo tante stragi, tutti le vedono, le ascoltano, le leggono, in televisione, alla radio, su tutti gli altri attrezzi che oggi si usano. Milioni di persone sono stati elimininate allora, sono andati a prenderle!  Il fatto su cui oggi occorre riflettere è che tutto questo è stato fatto dal popolo creduto il più civile, intellettuale, colto d’Europa, se non del mondo: i tedeschi.”

    Per Stella i giovani sono la chiave. Vanno informati. “La settimana scorsa sono stata alla Scuola d’Italia di Manhattan e  alcuni ragazzi mi hanno fatto delle domande. Ho raccontato che le leggi razziali mi hanno impedito di continuare ad andare nella scuola dalle suore di Ivrea.  Ho lasciato i miei compagni. E’ stato per me un colpo, un malanno da cui non mi sono mai ripresa. Non poter continuare gli studi…. “

    Non succederà più? Ne siamo così sicuri? E se accadesse proprio davanti a noi? Nella nostra bella Italia.

    E già forse oggi, pochi si sono accorti, hanno riflettuto che altri ragazzi e ragazze stanno già vivendo qualcosa di simile. Li dove vengono chiusi centri di accoglienza,  senza riflettere sul fatto che dentro ci sono persone, non numeri. Quei numeri che terrorizzano tanto proprio Stella Levi.

    E già ci sono bambini uguali a tutti i bambini. Bambini che vanno a scuola, si sono inseriti,  parlano già l’italiano, scrivono in italiano, hanno amici.

    E’ nascosto in un titolo di un giornale “ Roma, chiuso il Cara di Castelnuovo: migranti trasferiti in altre regioni” il rischio di farci abituare a sentir parlare di esseri umani come numeri. Chi si è chiesto che fine fanno le persone che vivevano in quei centri? I loro bambini?

    Ma per fortuna l’indifferenza non è ovunque. Non tra  tutti gli amministratori. Non tra tutta la gente.

    “I bimbi rimarranno nella zona di Castelnuovo di Porto, grazie all 'l'accoglienza diffusa' per consentire ai bambini di continuare a frequentare la scuola.” ha dichiarato il sindaco.

    Indifferenza. E’ nell’indifferenza il rischio peggiore. Per questo eventi come la lettura dei nomi a Park Avenue sono importanti.  Ma dopo questi eventi si deve riflettere, costruire senza paura. Non solo parlare il giorno della Memoria.

    Perchè non accada quello di cui ha paura la senatrice Segre: "Quando saremo morti proprio tutti, il mare si chiuderà completamente sopra di noi, nell'indifferenza"

    Occorre parlare, denunciare, non aver paura di usare le parole giuste. Mi sono chiesta cosa avrebbe detto Primo Levi della nave Sea Watch 3. Non lo posso sapere, ma forse immaginare.

    Ritorno alla citazione iniziale: «La domanda: "Ditemi, dov'era Dio, ad Auschwitz?". La risposta: "E l'uomo, dov'era?" »

    Perchè il  ricordo della Shoah non resti nella gabbia della retorica di chi ne celebra la memoria mentre si naufraga in mare.

     
  • Fatti e Storie

    'Brand Italia' per uno sviluppo economico efficace

    E’ nato a Palermo. E ama parlare della sua città nonostante poi la maggior parte della sua vita sia stata all’estero. Lo ha fatto davanti al mondo del business di New York -  raccolto da Lucio Caputo presidente del Gruppo Esponenti Italiani - con parole affettuose quando ha ricevuto “GEI Friendship Award”. Il Prof. Michele Geraci. Sottosegretario allo sviluppo economico del  Governo attuale, è ingegnere elettronico, docente universitario di finanza, banchiere di investimento, esperto di economia, soprattutto cinese.
    Lo incontriamo a margine della sua missione governativa americana.

    Partiamo da alcuni passaggi della sua vita/carriera, tra Italia, Inghilterra, Cina,  e dal ruolo che l’America ha svolto per lui.

    “Il mio rapporto con gli Stati Uniti? Ho conseguito l’MBA presso il M.I.T. di Boston, poi sono andato a lavorare in una banca d’affari inglese per più di un decennio e in quel periodo sono venuto spesso qui per lavoro. Devo però ricordare anche la mia prima volta in America. Avevo diciotto anni.  Ho passato un’estate memorabile, ho imparato qui l’inglese. ... Venendo all'oggi, gli Stati Uniti sono un partner  importante del Governo, credo che la mia frequentazione aumenterà…”

    Michele Geraci è da pochi mesi al Ministero dello sviluppo economico, nel suo incarico responsabilità legate soprattutto al commercio estero e gli investimenti.

    Sono diversi gli argomenti di cui vorremmo parlare, inclusi quelli legati agli attuali piani economici del governo. Ma cerchiamo invece di attenerci a tematiche legate alla proiezione internazionale dell'Italia, che è il motivo principale della sua visita.

    “Siamo in America per 6 giorni. Pieni di incontri tra Boston, New York e Washington. Appuntamenti con Governo americano, imprese, finanziarie e industriali,  e think tank universitari. Siamo venuti per spiegare, per raccontare il nostro lavoro, per sondare, vedere l’attenzione che ci è riservata, e anche per avere un feedback e chiedere consigli”, dice Geraci.

    La maggiore curiosità l'ha riscontrata negli investitori finanziari: “Mi hanno chiesto molti dettagli tecnici, sono andati a fondo su diversi temi. ma devo dire che un aspetto importante emerso da questi incontri è che i nostri interlocutori non avevano chiare molte cose sul nostro lavoro. E' successo anche a Londra, abbiamo dovuto spiegare anche lì. E se non avevano capito, è perchè non abbiamo saputo comunicare noi bene. Aumenteremo questo tipo di missioni per incontrare molte persone. Dobbiamo imparare a comunicare bene il nostro operato”.

    La comunicazione sarà dunque un tema importante della nostra intervista. L'altro tema, strettamente legato al primo, è quello dell' internazionalizzazione e del 'nation branding'.

    L'attività italiana in questo campo è in forte ascesa. E dalle parole del sottosegretario si evince un grande desiderio di esplorare nuovi mercati. Questa missione in America, d'altra parte, si inscrive in un programma che ha già visto in Cina, in Inghilterra, in India...

    “In India abbiamo avuto un'esperienza importante, abbiamo incontrato molti ministri e rappresentanti istituzionali. E' un paese estremamente interessato ai rapporti con l’Italia, Lo si vedeva anche solo dalla facilità con cui abbiamo condotto le riunioni. Torneremo a gennaio, per organizzare un business forum, parleremo molto di agro-alimentare”. 

    Agro-alimentare, ma non solo, in Italia vuol dire prima di tutto piccola e media impresa. Le PMI italiane - "una grande ricchezza per il Paese!", sottolinea enfaticamente Geraci - necessitano spesso di sostegno per sostenere progetti di proiezione internazionale.  Questo percorso ha bisogno di poter contare pienamente su un efficiente sistema che le accompagni. "E' importante veder crescere il numero di piccole e medie imprese presenti sui mercati internazionali".

    Per aiutare le PMI in questo processo c'è un tema fondamentale. Il ruolo di quello che chiamiamo 'Sistema Paese' e la sua comunicazione, che ancora avviene in maniera spesso disorganica e sporadica. Per "Sistema Paese" si intende l'insieme coordinato di tutti i soggetti che contribuiscono a sostenere l'attività internazionale di un Paese garantendo la competitività del suo sistema produttivo. Partecipano al sistema Paese le imprese, le istituzioni, politiche ed economiche, sia pubbliche che private, ma anche quelle scientifiche e culturali. E' da questa attività 'di sistema', quando le strutture che lo compongono riescono a collaborare in maniera efficiente e sviluppano una strategia di comunicazione condivisa, che un Paese diventa visibile nel mondo e quindi competitivo.

    Parliamo quindi con Geraci di Sistema Paese e naturalmente di comunicazione, promozione, 'storytelling' come si dice oggi...

    “Innanzitutto va promosso il territorio nel suo complesso e in maniera efficace.  In Asia ho visto delle pubblicità di regioni italiane... Ma in una remota zona asiatica non ha senso presentare una singola regione o addirittura una città. Bisogna far vedere l’Italia, la cultura, i colori, la bandiera e poi parlare delle particolarità. Non si può andare in Cina,  India … e promuovere una singola regione che lì è sconosciuta a tutti! E questo vale anche per le piccole e medie imprese, devono presentarsi come parte di un sistema a cui appartengono. E’ così saranno sicure che anche le loro particolarità verranno comunicate.  Ci vuole un approccio top down. Io sono italiano, faccio parte di un sistema italiano. L’interlocutore non comprende se deve fare una scalata faticosa per capire un concetto.”

    Dunque è importante un piano integrato di 'nation branding'? La costruzione di un ìbrand Italia' a cui partecipino tutti gli attori del sistema?

    “Esatto. Se io dico Malesia lei a cosa pensa oggi? A Malaysia Truly Asia!"  (Il sottosegretario fa riferimento ad uno spot molto diffuso in Italia il cui payoff è: ‘No other county is Truly Asia’ as Malaysia'). Ci bombardano con questi ad! Lo stesso deve avvenire anche per l’Italia. Deve esserci un’associazione immediata all’immagine del Paese, le aziende devono giocare su questa assonanza per poi declinare nella particolari caratteristiche geografiche o di prodotto…”

    Visto dall’estero, questo è un grande problema per i nostro Paese. Siamo indietro, nonostante gli sforzi dell'ultimo decennio, e l’impatto in termini economici è molto importante.

    “Le aziende italiane troppo spesso non sanno fare sistema, non sfruttano il Brand Italia, la forza che la parola Italia ha nel mondo. Credono ingenuamente che il loro prodotto sia più importante, e che si affermerà perchè è il migliore, che non abbia bisogno di usare il Sistema Italia. Ma è un errore.”

    E poi va male… Si fanno dei capitomboli, magari si sprecano finanziamenti europei che non vengono messi a sistema…

    ”C’è una difficoltà oggettiva nel penetrare i mercati internazionali, se poi uno si tira la zappa sui piedi e non usa le risorse, non comunica con l’Ambasciata …  Poi abbiamo l’ICE (Italian Trade Agency) che serve proprio a questo. Comunque dietro certi atteggiamenti c’è un modo di pensare sbagliato. Un atteggiamento errato. Lei ha mai sentito dire che la Germania 'fa sistema'? No, perché lo fa, non lo dice. La Merkel non dice mai ‘facciamo sistema’. Loro prendono l’aereo in 150 persone e vanno. Non dicono ‘facciamo sistema’, dicono dove vanno. Noi dobbiamo ancora dirlo perché non lo facciamo. E’ un problema che dobbiamo risolvere, nell’interesse del Paese, dei giovani, del Sud.”

    Parliamo anche di cultura, di promozione dei territori italiani e delle loro culture. Perchè la cultura in Italia spesso la cultura non è concepita come un volano di crescita economica? Chiunque viva all’estero nota quanto sia difficile per uno straniero immaginare le difficoltà economiche di un Paese che ha le risorse culturali e ambientali che ha l’Italia.

    “La cultura è un pilastro fondamentale del 'Sistema Italia'. Una cultura a 360 gradi. Dalla storia, all’arte, all’arte, musica e anche sport. E la sinergia di tutto questo con il mondo degli affari non sempre è pienamente valorizzata. Ma ora tutto questo cambia.”

    Come cambia?

    “Cambia anche nelle piccole cose! Se partecipiamo a una fiera casearia, per esempio, portiamo un Roberto Baggio se siamo in un posto dove è amato il calcio! Dobbiamo lavorare intensamente sulla comunicazione, anche giocando sui luoghi comuni, rivalutandoli.”

    E’ importante dunque creare uno uno 'storytelling' ben studiato, un racconto integrato dell'Italia? Anche su questo siamo un po' indietro?

    “La comunicazione e la pubblicità sul Sistema Italia vanno in buona parte rifatte! La prima cosa da fare è guardare alle pubblicità realizzate da stranieri, sull’Italia e su se stessi. Voglio vedere cosa si dice sull’Italia a Mosca, a New Delhi… bisogna studiare! Dobbiamo vendere un nostro caffè? Dobbiamo vedere anche cosa fa Starbucks.  Partire dalle esperienze del posto dove vogliamo promuoverci. Si crede troppo spesso che tutto il mondo la pensi come noi. No! E non dico che si deve copiare, ma si deve conoscere. Adattare. Mediare".

    Un lavoro di mediazione culturale dunque. E ci vuole anche un pò di umiltà a volte…

    “Certo. Non bisogna dare per scontato che i nostri prodotti siano i migliori al mondo. Occorre rafforzare il Brand Italia, ma senza presunzione e guardando l’Italia con gli occhi degli altri. Non si può per esempio partire dal fatto che la pizza napoletana è più buona di Pizza Hut. Questo non è il modo migliore per iniziare a vendere la nostra pizza.”

    Andiamo in Italia. Parliamo dei tanti possibili investitori da attrarre nel nostro Paese … Come li incoraggiamo secondo Geraci?

    “Con un sistema di riforme vere, sul piano legale prima di tutto. Accordi, alleggerimento delle procedure burocratiche, chiarezza. Lavoriamo su questo. Uno non investe in Italia se non sa quali sono le regole del gioco. Dobbiamo rispondere con certezze veloci. Far rispettare le regole. Quando tutti i player sanno che le regole sono rispettate, nessuno tende ad imbrogliare. Dunque basta con il lassismo. Credo che il mandato del governo sia quello di rilegalizzare l’apparato burocratico“.

    Un altro tema importante visto dall’estero è quello dei giovani. La loro presenza nel mondo. Giovani che migrano in un momento di crisi economica, ma anche giovani che danno avvio ad imprese innovative.

    “Chiunque può andare dove vuole,  ma dobbiamo incentivare a rimanere in Italia. Il reddito di cittadinanza sarà anche uno strumento per fermare il brain drain. Devono poter scegliere di restare.”

    Abbiamo deciso di non approfondire temi di politica interna in questa intervista, ma l’ottimismo del sottosegretario sul  reddito di cittadinanza va segnalato.

    “Va fatto molto bene, nei dettagli. Bisogna dare un po’ di speranza, di ottimismo; avrà importanti effetti psicologici, pratici, fiscali. Certo occorre porre delle le regole e farle rispettare e vigilare che nessuno ne approfitti. Siamo al governo per farlo”.

    Un altro strumento diretto all’innovazione e ai giovani Geraci lo ha annunciato sempre nel corso di questa visita americana. Ci sarà il prossimo anno una sorta di 'Erasmus' per startuppers italiani che andranno in Usa, Gran Bretagna, India, Cina, Corea, Israele. "I giovani poi riporteranno questa esperienza in Italia. Tutto a spese del governo”.

    Ultima domanda. Sugli italiani all’estero. Cosa rappresentano per il suo Ministero?

    “Quando si parla di internazionalizzazione, il ruolo degli italiani all’estero è fondamentale. Devono fare da antenne, da testimonial, da ganci. Nella storia, chi è emigrato ha spesso seguito il percorso fatto da qualcun altro. E' stato chiamato, ospitato, aiutato da amici, compaesani, parenti. Ci deve essere un cluster simile per il Sistema Italia all’estero: chi è avanti deve attirare nuove risorse,  non aver paura di competere. Su questo dobbiamo lavorare anche molto. Avere una cultura che aggreghi.  Una percezione diversa della concorrenza. Dobbiamo avere un sistema dove ci si aiuta. Se uno vende gelati non deve aver paura di altri che vendono gelati affianco a lui. Non si deve essere l’unico bar sulla strada per far soldi! Si va in un luogo perché si è attirati da tanti bar, non uno solo. Gli italiani all’estero possono svolgere bene questa funzione di traino."

    E bisogna imparare a comunicare tutto questo...

    "Sì. Come accade in altri paesi. Lavorare come sistema è importante, ma poi se  non si comunica bene gli altri non ti credono. Non capiscono. Questo non deve più accadere.”

     

  • Opinioni

    Perché non riesco a sbandierare il mio tesserino di giornalista

    C’è una guerra nascosta in Italia che nessuno racconta. Non la raccontano i partiti. Non la racconta l’ordine dei giornalisti. Non la raccontano i protagonisti.

    E’ la guerra quotidiana di tanti che credono in un’informazione corretta.

    E’ una guerra nascosta,  ma sempre in trincea. Condotta spesso tra passione e rabbia. A volte con la certezza di perdere.

    La combatte il giovane che, dopo aver studiato giornalismo, cerca di entrare in una redazione. Fa lo stagista sperando in un futuro. Viene lasciato andar via presto, anche se bravo. La sua posizione non viene regolarizzata.  Davanti a lui: colleghi insediati da tempo, poco motivati e spesso con stipendi esagerati.

    La combatte il giornalista, questa volta meno giovane, che vorrebbe svolgere il suo lavoro pagato onestamente, ma che deve cercare strade diverse per vivere. Scrivere? Non hanno nessun valore più oggi le sue parole. Non si contano più. Tutti scrivono articoli in rete. Ci sono tanti bloggers, influencer vari poi…

    Dunque, se scrive, il giornalista in questione lo fa spesso gratis. Lo fa per non perdere la passione. Nel frattempo vende la sua competenza a uffici stampa o si occupa di pubbliche relazioni.

    La combatte quel redattore quando, una volta entrato in un giornale, si vede negata la possibilità di scrivere la verità. Quella verità che non fa notizia secondo il Gruppo Editoriale. Non porta click. Lui vuole però fare il suo mestiere. Raccontare verità sulla gente. Verità sul mondo imprenditoriale. Verità sulla politica. Verità sui giovani, sul mondo del lavoro. Verità sul giornalismo stesso.

    La combatte il giornalista quando non si lascia asservire, quando a denti stretti fa da contraltare al potere, ovunque e a chiunque appartenga.

    La combatte il giornalista che non sceglie la strada del protagonismo, del successo personale ma continua, giorno dopo giorno, il suo lavoro al servizio dei lettori.

    ‘Pennivedoli puttane’, sono stati definiti così da Di Battista - del movimento 5 Stelle -  i giornalisti che avrebbero “perseguitato” il sindaco di Roma.

    Deploro la volgarità, i toni, i modi di queste parole, perfette per la propaganda e raggiungere un certo tipo di elettori, demonizzando la categoria dei giornalisti. Ma va detto,  ci sono delle verità che Di Maio ha denunciato e su cui dobbiamo riflettere.

    "La libertà di informazione si garantisce prima di tutto migliorando le condizioni di lavoro dei giornalisti. Soprattutto i giornalisti sottopagati, al limite dello sfruttamento" dichiara Luigi Di Maio.  Potete dire che ha torto?

    Ci sono verità che non possono essere celate dicendo solo che si tratta di un attacco alla libertà di stampa. Non è proprio così’. Il sistema del giornalismo italiano va raccontato, ripensato e in parte ricostruito.

    Anche il mondo del giornalismo italiano è malato in quest’Italia stanca. Il vecchio non cede il posto al nuovo e la paura del cambiamento vince.  L’editoria vive tempi di faticosa, ma anche di appassionante trasformazione che si può fare solo valorizzando risorse giovani.

    Nel frattempo, c’è un altro possibile attacco alla democrazia e alla libertà dell’informazione sancita dall’articolo 21 della Costituzione: l’intenzione di tagliare e poi abolire i fondo dell’editoria. Lo ha annunciato Vito Crimi, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all'editoria, basandosi sul fatto che questi finanziamenti sono stati destinati male e usati male.

    Penso che un supporto economico ben destinato, sia una garanzia importante per la libertà di stampa in una democrazia. Altrimenti i fondi andrebbero solo a privati, non certo disinteressati, e i giornali si trasformerebbero definitivamente in organi pubblicitari.  Alla base del finanziamento pubblico c’è la libertà di stampa. Il finanziamento però dovrebbe essere assegnato in modo equo, regolato e soprattutto controllato. E dovrebbe consentire prima di tutto stipendi adeguati a giornalisti liberi.
    Ma non vi siete accorti che molti sono diventati addirittura ‘brand ambassador’ di vari marchi commerciali per continuare a scrivere? Qui all’estero si vede bene!  

    Mi sono quindi certo indignata come donna, dopo le dichiarazioni di Di Battista. Il termine ‘puttana’ appartiene ad un linguaggio maschilista e poco rispettoso di un mondo molto fragile. (In un mio post su Facebook ho scritto che solo De André può permettersi di usarlo rispettando le donne).

    Mi sono poi indignata come giornalista, categoria di cui faccio parte. Il suo suona troppo pericolosamente simile ad un attacco alla libertà di stampa. Il punto però è:  a quale libertà di stampa?

    Sono indignata quindi anche per il fatto che siano stati Di Maio e Di Battista a mettere il dito sulla piaga di un’informazione che, in Italia, è tristemente malata da tempo. Non sono certo gli unici a non volere giornalisti indipendenti. Politici di tutti i partiti hanno accanto da anni 'corti' di giornalisti [ben accomodati nella loro non-indipendenza] e nessuno sembra meravigliarsi più di tanto.

    Credo che prima di parlare di libertà di stampa e manifestare, anche noi giornalisti dovremmo fare le nostre riflessioni.  Non è tutto oro ciò che luccica. Ci vuole onestà per farlo. Certo: onestà intellettuale.

    Cerchiamo di non regalare, nei prossimi mesi, ai populisti nostrani, un nuovo cavallo di battaglia, un altro strumento per le loro conquiste elettorali.  Il giornalismo italiano è malato e si deve curare. Ma il medico deve avere il coraggio di sceglierselo da solo.

    Per questo ho deciso di non sbandierare il mio tesserino di giornalista sui social per difendere una categoria, come hanno fatto molti colleghi.

  • Arte e Cultura

    Fotografia e Neorealismo. Tra la Casa Italiana Zerilli-Marimò ed il Campus della NYU

    “Da settembre a dicembre, una mostra che occupa tutto l’intero semestre!” mi dice subito il Professor Stefano Albertini. Comincia a parlarmim con l’entusiasmo che lo ha sempre contraddistinto, a raccontarmi alcune delle novità  su cui, insieme a tutto la staff della Casa Italiana Zerilli-Marimò di cui è il direttore, sta lavorando.

    “Non c’è mai stata prima da noi, una mostra per così tanto tempo. Il motivo per cui abbiamo deciso così  quest’anno è che fa parte di una più grande esposizione che si svolge alla Grey Art Gallery (museo della NYU) dedicata al neorealismo fotografico.”

    Un lavoro di squadra dunque, ed in questa scelta ancora una volta l’acume di un direttore come Albertini, che sa quanto sia importante lavorare insieme. Aprirsi alla città dove vive. Non rimanere chiusi nel proprio circolo di interessi.

    “Abbiamo deciso di far parte di questa iniziativa, che già si svolge in altre sedi della città, soprattutto per allargarla, perché in questo modo la mostra farà da contenitore ad una serie di eventi che riguardano il neorealismo.”

    Ma come mai la New York University ha deciso per il Neorealismo?

    “La mostra era già stata vista in diverse parti d’Europa: Londra, Madrid, Slovenia, ma non era mai arrivata negli Stati Uniti. Una cosa strana, se si considera il successo che il cinema del neorealismo ha avuto in America.  E’ stato uno dei primi paesi a riconoscerlo, sia a livello di pubblico che di critica, come un importante momento di svolta nella storia del cinema.”

    Anche se il  neorealismo cinematografico ha avuto negli Stati Uniti una delle sue culle più feconde, influenzando cineasti come Scorsese, le foto di questa mostra non sono mai state viste qui.

    “Il neorealismo al cinema è il primo caso che abbiamo nella storia della cultura mondiale in cui un movimento cinematografico trascina le altre arti.  Seguono infatti il neorealismo letterario (per es. Pavese), pittorico (come Guttuso), e soprattutto, quello fotografico, con cui ovviamente c’è il rapporto più stretto.”

    Dunque in questo periodo chi va alla  Casa Italiana della NYU può ammirare una straordinaria selezione di fotografie. Una piccola, ma significativa, parte della mostra grande che si svolge altrove.

     

    “Abbiamo deciso di concentrarci su foto di scena e poster di film appartenenti alla corrente neorealista. Sono fotografie di scena che sembrano prese dalla realtà.”

     

    “Tutta la mostra prova in maniera inconfutabile quanto ho detto. In  primis perché alcuni registi sono anche fotografi, poi perché ci furono una serie di riviste che proponevano i fotoreportage, un nuovo modo di raccontare le notizie con le immagini anziché con le parole. Si proponevano anche di fornire al cinema e ai filmmakers idee, concetti, immagini sulle quali basare i film.

    È in questo periodo che si costruisce un nuovo rapporto tra cinema e fotografia, e questo è secondo noi il motivo per cui la Grey Art Gallery ha deciso di fare questa mostra.  Gli Stati Uniti sono pronti dal momento che conoscono bene il neorealismo cinematografico, gli mancava questo aspetto per conoscerlo meglio.”

    “La mostra alla Casa Italiana è  accompagnata da una serie di eventi, proiezioni, tavole rotonde, presentazioni di professori del Dipartimento di italiano della NYU. Ma come ho detto le iniziative si allargano in tante altre sedi della NYU. In altri dipartimenti, non di italiano, che presenteranno delle proiezioni di film della loro cinematografia, dalla iraniana alla spagnola, influenzata dal neorealismo.”

    Il vero fil rouge di questa stagione  dunque è legato alle iniziative sul neorealismo.  Ma naturalmente, circondata da questa atmosfera la Casa Italiana, fondata dalla baronessa Mariuccia Zerilli-Marimò, continua con ospitare e organizzare altri eccellenti eventi.  

    Potrete partecipare per esempio alla  presentazione di nuove traduzioni di classici italiani e libri contemporanei, ad altre di tipo più accademico su tematiche stimolate da professori del dipartimento di italiano. Nuovi eventi poi di teatro, legati alla cucina, ma anche altri invece collaudati e di gran successo come  Adventures in Italian Opera” con Fred Plotkin  e “AdDRESSing Style” con Grazia d’Annunzio e Eugenia Paulicelli,  "Italian Table Talks"...

    Voglio aggiungere una mia nota a questa intervista. Sembra storica ma che non è solo storica. E’ legata al passato ma anche al  presente/futuro di questo straordinario e unico luogo che è la Casa Italiana Zerilli-Marimò.

    Mariuccia Zerilli-Marimò fondo’ la Casa Italiana alla NYU nel 1990 per onorare la memoria del marito imprenditore Guido conosciuto perché nel dopoguerra, aveva riaperto in collaborazione con un gruppo americano,  le distrutte fabbriche farmaceutiche della Lepetit.

    La baronessa, coìi la chiamavamo tutti,  ha voluto, fondato e poi curato la Casa Italiana fino al giorno della sua scomparsa nel 2015.  Lo ha fatto con amore materno per raggiungere un obiettivo: utilizzare il patrimonio che le era stato lasciato per promuovere la cultura italiana negli Stati Uniti, soprattutto tra, con e per i giovani.

    Il suo è stato un raro esempio di impegno filantropico. Mariuccia Zerilli Marimò ha poi avuto la fortuna di trovare, con Stefano Albertini, un direttore speciale per la sua casa. Grazie a lui e al lavoro della suo team giovanissimo, l’obiettivo che si era proposta la baronessa continua ad essere raggiunto, giorno dopo giorno.

    Persone come me, che hanno conosciuto la baronessa, si accorgono tutte le volte che entrano alla Casa Italiana Zerilli-Marimò;  di quanto lei continui ad essere presente,

    ----

    NeoRealismo: The New Image in Italy, 1932-1960

    On view September 6 - December 8, 2018

    Casa Italiana Zerilli-Marimò (24 West 12th Street)
    Mon-Fri 10-6

    Grey Art Gallery (100 Washington Square East)
    Tue/Thu/Fri 11-6; Wed 11-8; Sat 11-5

    Per approfondire >>

     
  • Op-Eds

    Editorial. Our ‘Red Salad’ or... How To Tell Women’s Stories Differently

    While he taught her how to make love, she taught him how to love. Thus sang Fabrizio De André, the legendary Italian singer-songwriter who left us almost twenty years ago to the day. 
     
    Packed into these few words is, I think, the potential in that half of the world that is still rarely listened to and continues to struggle to participate in the important decisions concerning society, politics, and economics—including in so-called developed countries. “Teaching how to love” means taking time to reflect, contend with one another, and ask ourselves if our actions will lead us to fulfill a goal that will benefit the community. 
     
    I admit I’m biased (how could I be otherwise?) when it comes to this editor’s note and this particular issue of i-Italy Magazine, which is primarily dedicated to telling women’s stories. To be clear: what you’ll find here are just a few of the many stories about women out there, and they weren’t chosen with any specific criterion in mind. They were put together intuitively, as they came to my attention. They’re not representative nor are they meant to be. 
     
    Leafing through the magazine, I realize I’ve placed a wide variety of stories side by side, making a heterogenous world, a real salad—and that’s our main reason for choosing an image of a red-haired girl in a salad for the cover. It’s also a playful way (long live irony and self-awareness!) to talk about the world of women while poking a little fun of Chiara Ferragni, the best-known Italian fashion blogger who became a major entrepreneur of her own image (see page 39). Getting her start in 2009, long before Instagram, with a blog called “The Blonde Salad,” Chiara was named the number one fashion influencer in the world by Forbes last year. Her marriage to the rapper Fedez was followed as if she were a princess. Celebrating it on social media, the genius marketing couple decided to give no network exclusive rights to air it: they wanted everyone to be able to share in their ceremony. The result: a wedding with 20 million followers. 
     
    Our salad is certainly a bit different, and not just because the model, Alessandra Salerno (see page 24), a great friend and a rising star in the Italian music world, has red hair. But most of all because it contains stories of many women that cannot be boiled down to one marketing stereotype. In our salad, you’ll find women of all sorts. Mariangela Zappia, the first woman Permanent Representative of Italy to the United Nations and a staunch advocate of multilateralism and gender equality. Dr. Aileen Riotto Sirey, President Emeritus of NOIAW, the largest association of Italian-American women. Barbara Jatta, the first woman director of the Vatican Museums. The internationally famous virologist Ilaria Capua. The entrepreneur from Puglia Maria Teresa Sassano. And a group of women breathing life into the world of music, including the living legend of the Italian canzone Fiorella Mannoia and many other voices who, though in different musical genres, all navigate a tough world. Read their stories and then go find them on the net. Give them a listen. And listen to contemporary Italian music. Beautiful stuff.  
     
    I hope that my dedicating the introduction of this issue to the world of women will lead people to reflect on the various contributions women have made, even if it’s still not without a struggle. Women who rarely put their egos before their goals. Who know how to lead but also negotiate compromises when necessary. Some career women, some women whose daily lives, with their families, are an asset to society. And they’re not the only ones out there every day—there are also our mothers, wives, daughters. 
     
    It was our choice not to directly take up the subject of the #MeToo movement in vogue today. There is a grave risk, in my opinion, of a boomerang effect. I fear it’s become a slogan more than a condemnation. And the condemnation needs to be made every day by all women who, to various degrees, suffer injustice and violence, who simply have to be ten times as good as a man to occupy the same positions of power. 
     
    Forgive me. I realize I haven’t mentioned the rest of the magazine’s contents. But you can discover it on your own as you have a look through. I’ll just say a word about why Molise is the focus of our Travel section. We chose it because it’s a small and stupendous region that has everything, the seaside and the mountains, art and culture, but still remains little known and off the map for tourists. It is a region with a lot of vulnerabilities yet amazing strengths as well. We’re convinced that the experience Molise has to offer visitors is extraordinary and unforgettable. 
     
    Happy reading and let us know what you think! 
  • Life & People

    Taking Molise to the World

     Born in ’45, Enrico Colavita is a Cavaliere del Lavoro (Knight of Labor) of the Italian Republic and founder and President of Colavita S.p.A. The company was founded by his father Giovanni and his uncle Felice in 1938 in Sant’Elia a Pianisi, in the province of Campobasso, and can now be found throughout the world, in particular the US, where it is a leading brand of Italian extra virgin olive oil and an icon of “Made in Italy.”
     
    As if that weren’t enough, Enrico has been president of the Confederation of Molisean Industry three times, President of the Chamber of Commerce from 1990 to 2003, and the architect of a benchmark import-export and distribution network. A pioneer, in short, of what now goes by a hard-to-say word, “internationalization,” a strategy for promoting the best Italian brands internationally and, along with them, the entire Italian culture and lifestyle. 
     
    Promoting the country as a tourist destination is part of the picture. No wonder the Italian government recently merged the mission of its agricultural and tourism policies. In fact, Italy’s soft power and worldwide reputation is staked not only on its natural beauty, artistic heritage, and old towns, but on the quality of food and wine it produces following traditional methods in industrial plants that are at the vanguard of technological innovation. 
    So who better than Enrico Colavita to showcase to the world this small region nestled between the Apennines and the Adriatic, with just over 300,000 inhabitants, still little known abroad yet teeming with potential?
     
    You have always used your international expertise not only in the service of your company but of your region and country. Would it be going too far to call you an ambassador of the Italian brand?
     
    I’d say that when it comes to promoting Italy’s brand, I know what that entails and I know how to navigate it. I did it for decades and I can really help out. A few decades ago I founded the Molise food export consortium, the first single-sector consortium in the South. A lot has happened since then. Today our worldwide network has grown, as has our potential to access markets. We’ve been able to launch distribution on several markets. There’s a lot of work to be done, and I’m ready to do it.
     
    You have a strong connection to Molise and that comes across powerfully when you talk about promoting the region. 
     
    You need a serious regional marketing policy, the kind they have in other Italian regions, like Venice and Tuscany, for instance. Our region may be small and our infrastructure not new, yet we have the railway and highway along the flat coastal part of the region, and it’s close to major seaports. New hospitality facilities are popping up in the villages. And the food is delicious. Agriculture is Molise’s main industry, and its viticulture has really come a long way. There’s still work to be done, but there’s no cause for despair.
     
    As a region, it’s unparalleled…
     
    It is. Molise can offer an authentic tourism experience. We have 140 towns, almost all of which are quaint villages. So many of them are charming, have a noteworthy history, and are rather unexpensive: Bagnoli del Trigno, Fossalto, Castellino del Biferno, Oratino, Castelpetroso, Vastogirardi, Riccia, Pescopennataro— there are so many. During Christmas, many organize living nativities that are absolutely spellbinding.
     
    These villages are also entering the world of circuit tourism.
    Yes, our hospitality industry is evolving. We’re relaunching vacation rental projects in the villages; you can stay in private homes where you can get the full Molise experience. The bed & breakfast and agritourism scenes are also growing. They’re the perfect way to show off the typical features of the region. You shouldn’t come expecting any grand hotels, but you’ll still be treated to an unforgettable reception. Not to mention the chance to taste products you won’t find anywhere else. If you come during white truffle season—from October to December—it’s fantastic!
     
    So, Molise is ready to hit the tourist market, just like Basilicata, the other small region in the South, now that the city of Matera is set to be the cultural capital in 2019?
     
    Molise and Basilicata are a lot alike. We have the chance to follow a similar path and establish our reputation throughout the world.
     
    Can you give us any travel tips?
     
    The summer is all about the beach, the Adriatic coast. There are small, clean, practically empty beaches that are totally unexplored. I promise you that you won’t find their equal elsewhere. Traveling inland from the coast—full of wines, gourmet fish, and trabucchi (old wooden fishing piers)—you’ll be blown away by historic villages dating back to the Romans and Samnites, like Pietra Abbondante, Aquilonia, where the war between the Romans and Samnites took place. You’ll find incredible archaeological ruins there. Then make your way up toward Capracotta and stop in Agnone, where they continue to manufacture bells that you can see in the church bell-towers. They are still cast by Marinelli, the second oldest company of its kind in the world, which is open to visitors.
     
    You love fine dining. What are your favorite Molisean dishes? 
     
    Now you’re talking! I’ll tell you about three. One is a classic: cavatelli with turnip greens. One is in the cucina povera tradition: Pizza e Minestra. It’s made with vegetable greens, and the “pizza” is made with cornmeal or polenta, olive oil, and chili pepper. And the last is a real family dish: Polpette Cacio e Uova (cheese and egg balls). Made with sheep’s-milk cheese, eggs, and white bread. Served with or without sauce. Then there’s a wide variety of cheeses, all one-of-a-kind. Varieties of Caciocavallo, for example… And that out-of-sight white truffle…
  • Life & People

    L’Italia: The Country Big on Small Business

    Proudly Apulian, originally from Apricena, Maria Teresa Sassano was the first woman elected Regional President of the Small Industry Committee of Confindustria Puglia two years ago. Today she is the Vice President of Confindustria Puglia and National Vice President of Small Industry dedicated to tourism and the internationalism of agribusinesses. “For me it’s a privilege to be called upon to represent small business in Puglia,” said Maria Teresa. “Puglia is doing excellent work and distinguishing itself, especially in the tourist and agri-food industries, of which small businesses make up about 90%. I was very happy to be elected, as well as aware of the great responsibility it entails.”     
     
    How many successful businesswomen are there in Puglia, and what might they represent for the future? 
     
    I don’t have the numbers in front of me, but I can say that, with respect to the past, the number is growing. The number of women who have taken charge of their family businesses has also grown, something that happened infrequently in the past, since control of the business was passed on to the male offspring. Which means that, even if it’s slow-going, a change of attitude is afoot. As for first-generation entrepreneurs like me, surely there are more of us, thanks especially to increased opportunities for women to study and travel. Many of us have come back from abroad to start up our own businesses. In my view, this will lead to a ‘de-provincialization’ of the region and increased potential for internationalizing companies.
     
    What can women add to this field? 
     
    I don’t like to draw distinctions between men and women, and there’s definitely less sexism in our field. As a woman, I think I can make a greater contribution to aggregating projects and integrating different regions. Women tend to unite rather than segregate.
     
    How did you get your start at Confindustria?
     
    I joined Confindustria in 2004. It was a bit of a lark, but I fell in love with it right away. I was part of the Youth Group for almost 8 years, and that was unforgettable; that was where I received my education and came into contact with colleagues from all over Italy. If I’m today’s woman, it’s thanks to that experience.
     
    In 2004, as a first-generation entrepreneur, you founded Sicurtect Italia, a commercial security services company. Then two years ago you started a gluten-free pasta company, La Pasta del Maestro. Why the change? 
     
    The former is my original enterprise and now firmly established, and I’m particularly fond of that job. But the latter is what I’m most excited about and is filling me with new emotions, since it puts me in the position of confronting the entire world.
     
    In a word, can you tell us what small industry in Italy is? 
     
    In a word? It’s the backbone of the country. Without small industry, the country couldn’t modernize.
     
    What are the specific challenges for small industry, especially in the South, in particular for agribusiness and tourism? What projects in that field are you working on with Confindustria? 
     
    It all comes down to two fundamental ideas, in my opinion. First, we need to invest in training young businesspeople to overcome the absence of an entrepreneurial culture. Second, we definitely need to boost infrastructure, which is key to facilitating small businesses. With Confindustria, we are working on ‘Nursery,’ a very complex project that relies in part on support from the Luiss Business School (Confindustria’s own university). ‘Nursery’ is aimed at microenterprises in the tourism and agri-food industries so that they can become international and go from microenterprises to small enterprises. 
     
    How important is it for small and medium-sized businesses to internationalize, especially in the South?
     
    It’s vital, in my opinion. It’s no coincidence that it’s the goal of my mandate as National Vice President. In the South, as I was saying earlier, we need to intervene structurally to help companies get established. Furthermore—also crucial—we need to improve conditions for accessing credit. Small business owners need funding. We also need to streamline and speed up bureaucracy. A slow country doesn’t stand a chance of being competitive on the global market. It’s a miracle that, starting from such a disadvantage, our small businesses manage to compete and have a presence in the world. 
     
    What’s your impression of the Fancy Food Show? Many Italian businesses count on it to reach the American market. 
     
    It’s certainly a very prestigious fair. I’ve met many businesspeople and colleagues here. That said, even if I appreciate the work done by those who operate them, I believe that Italian stands have to improve the way they present their products. The ‘Made in Italy’ image is really important. The participation of Italian companies at the event should find greater support and that should be preceded by development meetings. Furthermore, communication—which is fundamental—could be strengthened. 
     
    Finally, Puglia. What are the region’s strengths and weaknesses?
     
    I can’t find any weaknesses! All I can think to say is that our strong suit is the people themselves, who, despite all odds, manage to make this marvelous region stand out.”
  • Patrizia Di Carrobio, signing books at Banner in Milano
    Art & Culture

    The Sentiments of Precious Stones

    Patrizia Di Carrobio  isn’t just a friend of those who have had the fortune to get to know her in person. Those who know her through her books also consider her a friend. Her friendship is the first rare gem that you’ll find in her writing. It permeates every paragraph. Her words take you by the hand, look you in the eye, answer your questions, smile and reflect with you. This sense of companionship is particularly true of the very first pages of her latest book, a delicious personal journey through the world of jewels, edited by Francesca Joppolo and illustrated by Marco Milanesi.

    Born in Canada, Patrizia Di Carrobio has lived in Brussels, Rome, Milan, London, and New York. But you don’t know Patrizia if you don’t know about her strong connection to her Sicilian roots. Pantelleria and Palermo have always been a part of her life. Even when she’s in New York or traveling around the world. They’re present in the music she listens to and plays for others, in her cooking, in her affection for her daughters, in her dress, and in her attitudes toward art and work. Her story would make a great film. It all began when she was a kid, with her grandmother’s love for jewels and her discovery of a jewel that her parents had lost. She was only six-years-old at the time. She earned a degree in Political Science, but diplomacy was never her real passion. She would soon become one of the first female auctioneers at Christie’s and later Head of the Jewelry Department. For over thirty years, Patrizia has led a successful career dealing jewels and precious stones around the world. 

    We can’t help but feel like her friend in Be Jeweled! Her stories are morsels to be savored, touching on jewels as well as letting us eavesdrop on her comments and feelings about lifestyles, fashion and her personal anecdotes. 

    The book invites you to read it a little at a time. It’s a book to pick up, put down, pick up again, and carry to a corner of your house where you can enjoy it, like a warm cup of tea in friendly company.  

    “I published two previous books,” says Patrizia, “both in Italian. I began them during my second divorce. I realized that it was up to me whether things were going to take a turn for the worse or the better after that dramatic separation. Divorce doesn’t have to be the end of the world; it can be the start of many other things.” 

    So she decided to write—but certainly not about divorce. “I spoke to my sister,” she says, “who told me to write about jewels instead. Months later, I went to Palermo to visit a friend. She introduced me to an editor at Feltrinelli who loved my book. I wrote the second one after that. It’s what led me to rediscover Italy—the sights, the language—after being away from it for years.”

    Patrizia’s first two books were big hits and immediately went into a second printing. The books piqued many readers’ curiosity. “But I swore that I wouldn’t do another book if it didn’t come out in English too. And I wanted to collaborate with someone on it. One editor appeared and said I absolutely had to do it and that he’d publish it in two languages… My hands were tied.” 

     

    What is the structure of Be Jeweled?  

     

    “Each chapter opens with a jewel or a stone and then moves on to talk about life. That’s what my readers had asked for: to open up about myself. It’s not a book exclusively about jewels, but life, my life. A necklace strung with pearls and chapters to form a book.” 

    Be Jeweled! was masterfully edited by Francesca Joppolo and thoughtfully illustrated by Marco Milanesi, who drew several vignettes featuring Patrizia as a dark-haired, graceful, sweet figure who at times possesses a veiled irony. We seem to follow Patrizia as she goes about her life in these drawings. 

    “They’re brief stories in images, pills that go with written pills,” comments Patrizia. “I think it works wonderfully.”   

     

    When we talk about “jewels,” we often think of something frivolous or superfluous. But your book could hardly be described as frivolous. How come? 

    ‘“Because when I say ‘jewel’ I don’t say ‘frivolous.’ Jewelry makes us feel beautiful and if we feel beautiful, we feel good. If we feel good, we smile and are open to life. A jewel—and maybe this is where frivolity comes in—can be worth 5 Euro or a million Euro, but you still achieve the same jewelry effect. 

    “It’s not a matter of how much it costs. I can be equally happy putting on an earring made of tin or one made with more precious material. Each of them can be fun in its own way. Each has its own place. But it’s not as though I like one more than the other.”

    According to Patrizia, we should definitely wear precious jewels and diamonds. But we should also wear contemporary jewels made with paper, plastic, and other playful, alternative materials. It’s easy to picture her wearing the latter with more traditional jewels, totally at ease, challenging onlookers to let their own personality, creativity and seductiveness shine.  

     

    Tell us about your line of work. 

     

    “I’m a jewelry dealer. I buy and sell, though I never buy with one particular client in mind. I buy something when I think it’s worth it, then I sell it. Sometimes it takes a month, sometimes a year, and sometimes as many as ten years.”

     

    What is a jewel today? 

     

    “It’s an adornment. An ornament. An important complement to one’s wardrobe. But it’s more than that. It has a ‘value’ above and beyond its ‘value.’ How many things in this world give you pleasure to buy, make you feel good, and don’t lose their value once bought?”

     

    Are there rules for wearing jewels?

     

    “No rules! It depends on how you wear them, how you feel… A valuable necklace can also be worn over a sweater. The opposite is also true: paper earrings can go perfectly with an evening gown.”

     

    So jewelry doesn’t just mean jewels. It’s almost a feeling… 

     

    “That’s true. Jewelry can also remind you of people and past moments. For example,  all women have a deeply symbolic and sentimental relationship with their jewels. It’s linked to the rituals of our loves…” 

    Patrizia’s secret lies in her naturalness, her timeless elegance, the way she is unmistakably herself. So go on, open Be Jeweled as if it were a jewelry box, and let each page sweep you off your feet as you take a trip back in time and beyond time.

Pages